VINCENZO MARIA OREGGIA

BIOGRAFIA, LIBRI, RECENSIONI, INCONTRI, REPORTAGE

martedì 27 agosto 2013

TERESA TRIVELLIN A PROPOSITO DI "QUESTA NON E' LA MIA PATRIA"


Un fatto fantastico, tenebroso, un fatto che porta il marchio dell'epoca attuale, dell'epoca nostra.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo

Questa non è la mia patria di Vincenzo Maria Oreggia è una narrazione che fin dalle prime pagine impegna il lettore a seguire i diversi fili di una trama forte, costellata di sfasature temporali che l'autore compone in un sapiente montaggio di presente e passato attraversato da descrizioni di ambienti e situazioni lessicalmente ricercate, cesellate, a tratti finemente poetiche. Una narrazione ritmata, cinematografica, nell'ultima parte del romanzo incalzante, attraversata da attente analisi e riflessioni sulla nostra società presente e sull'attualissimo tema dei diritti di cittadinanza, accoglienza e integrazione.
"Ogni cosa ha raggiunto il suo posto nel silenzio dell'alba. Macigni rugosi addossati alla parete esterna dell'argine, il bacino del porto come una tavola lucida da cui emergono bolle di ossigeno di animali marini, ombre e riflessi argentei di squame sul fondo limaccioso." (p.72). Si sta per concludere la prima parte del romanzo e Juan José Nevarez, "Nevio"  per "una di quelle negligenze fatali che aprono il corso a un intero destino"  (p.131), 27 anni, diventa suo malgrado un "immigrato costretto ad arrangiarsi muovendosi negli interstizi abusivi, tra le maglie sfilacciate di regolamenti contraddittori, in attesa di documenti che nessuno gli può garantire" (p.81). Ha già intrapreso il viaggio fatale della sua vita nel viaggio avventuroso che è di per sé la vita stessa e che lo ha portato dall'Ecuador, "la colonia più povera del carrozzone statunitense" (p.115) (come dice Ascanio, il fratello) in Italia. Un Ecuador del Terzo Mondo, nell'accezione fallimentare del termine, nel 1999 economicamente al tracollo, "dollarizzato", schiacciato dalla povertà e dalle pressioni consumistiche che non risparmiano - anzi vi hanno gioco facile - neppure i disperati delle favelas che nella baracca fatiscente trovano comunque un posto a televisori e tecnologia ormai obsoleti nel nord ricco del mondo.
In Italia vive da anni la madre Elvira, badante e succube amante di un peruviano perverso e violento; il padre Alfonso, mite "insegnante soccorrevole e tenace nella pratica dei suoi sani principi" (p.120)  è rimasto a Quito. Nevio vorrebbe vivere regolarmente in Italia, ha studiato, potrebbe essere "mediatore culturale e interprete multilingue". Nel frattempo fa il volontario sociale per i connazionali, il badante, le pulizie. Anticamere, promesse, parolai. Niente. Resta un clandestino, i pochi soldi finiscono e "si rifugia nell'immobilità di un'attesa priva di prospettive"... quando arriva Ahmed, un marocchino ricco che, come "un brano fiabesco nel vangelo dei poveri" (p.31), gli propone  un "viaggio" a Milano. In quella stessa "attesa priva di prospettive" gli si affacciano dalla cronaca, a soccorrerlo, temporaneamente catartici ma non salvifici, come in una trasognata, zavattiniana visione fanciullesca, Lachemere e Sancha, due elefanti sequestrati ad un circo perché privi di documenti regolari di ingresso in Italia: "una preistorica immensità costretta in rivoli di carte bollate" (p.56).
Durante il viaggio per Milano, Lachemere e Sancha gli sono accanto al sedile, in un ritaglio di giornale. Sono per lui "una quiete al centro del vortice degli spettacoli umani" (p.55) che, tragico picaro precipitato inesorabilmente in un "abisso orrido e immenso" di abiezione, ha visto intorno a sé, diventandone attore. Lavoro nero, spacciatori, prostitute, caronteschi barconi straripanti di umanità allo stremo, ingannata da "magnifiche sorti e progressive" inesistenti. Nevio arriva ad immaginare se stesso come quei disperati di un incomprensibile "navigare necesse est" "nello scafo che slitta veloce sulla tavola nera del mare... scodellato su una spiaggia notturna"... fino all'inatteso e sorprendente, terribile epilogo di quella "preghiera solitaria verso il cielo di Milano" che non ha nulla di liberatorio e religioso.