VINCENZO MARIA OREGGIA

BIOGRAFIA, LIBRI, RECENSIONI, INCONTRI, REPORTAGE

venerdì 5 luglio 2019

LUIGI MALERBA - MOZZICONI - QUODLIBET 2019



La casa editrice maceratese Quodlibet e la sua raffinata collana di narrativa Compagnia extra tornano a ospitare il neoavanguardista, eclettico scrittore e sceneggiatore emiliano, al quale, a circa un decennio dalla scomparsa, è stato dedicato nel 2016 un Meridiano che ne ha raccolte le opere maggiori. Luigi Malerba riappare qui con un libro snello ma ben rappresentativo della sua produzione, esilarante e denso di un umorismo paradossale: una “favola”, come dichiara l’autore narrando le peripezie del protagonista, l’eretico e svagato Mozziconi, romano che detestando l’insulso clamore dell’urbe e l’aggressività truffaldina dei più spocchiosi abitanti, decide di distruggere la casetta che abita all’Acquedotto Felice e stabilirsi nel greto del Tevere. 

Luigi Malerba

Capita ogni cosa, nella capoccia esplosiva dell’ “anarchista e ribellone”, che non si è mai fatto un amico perché non ha mai avuto un nome da unire al cognome. Malerba ne segue le gesta con una lingua scanzonata, inventiva, prodiga di neologismi e costruzioni sintattiche che occhieggiano al parlato. Ma Mozziconi non è solo uno strampalato e monologante barbone; è l’esempio di un uomo che con la sua marginale condotta mette a soqquadro l’ordine costituito del mondo, denunciando l’ipocrisia dei sapientoni che giudicano dall’alto, le speculazioni di milionari palazzinari, i politici sempre a caccia di pretesti per guadagnare consensi e quei cittadini impettiti che si scandalizzano per un nonnulla e scaricano rifiuti e improperi dove nessuno li vede. Nel suo modo da eccentrico sconclusionato è anche un convinto tutore della natura; semina piante e ortaggi lungo i corridoi di terra che abbracciano il fiume, parla e ascolta parlare pesciolini e uccelletti, e nelle pause tra una e l’altra delle sue attività sublima l’arte del grattarsi la pancia e tira le somme di calcoli astrusi, misurando la velocità del buio, sostenendo che si possono dividere i numeri dispari ma non quelli pari, raccogliendo pagine di vecchi giornali e mandando a memoria le assurdità dell’universo ‘di sopra’. Un saggio sui generis, insomma, che affida le sue intuizioni più care a foglietti sigillati in bottiglie che navigano alla volta di sconosciuti destinatari. E infine, trovata delle trovate, si ingegna a piantare cespugli di ciliegio marino così che formino un verde striscione offerto ai passanti. Alla M seguirà una E, quindi una R, una D e a suggello la A. Scoppia uno scandalo, i dignitari si allarmano, la voce si sparge, e ci andrà di mezzo niente meno che il sindaco, “ladrone e truffone” ovviamente, destinato a finire in prigione.                


(recensione pubblicata il 27 giugno sul quotidiano Il Cittadino)

MARTIN AMIS - L'ATTRITO DEL TEMPO - EINAUDI 2019



Apparsi sulle più prestigiose riviste e testate inglesi e americane nell’arco dell’ultimo trentennio, questi saggi e reportage frutto della piena maturità di Martin Amis sono eclettici regali di arguzia, passione e grande stile. La sistemazione, a temi alterni, ricorrenti, del variegato materiale, apre e chiude il libro con l’ambito più specificamente letterario, dove lo scrittore britannico mostra tutto il suo notevole talento, in particolare con indagini scrupolose e appassionate attorno ai due autori in cima alla scala dei suoi prediletti, Vladimir Nabokov e Saul Bellow, seguiti, alla voce Letteratura - che ritorna puntualmente come basso continuo e cuore del volume - da una ristretta cerchia di poeti e narratori di primissimo livello: Philip Larkin, Iris Murdoch, Don De Lillo, J.G. Ballard, Anthony Burgess, Philip Roth e John Updike. Negli spazi che si aprono tra i diversi capitoli del sottile lavoro di saggista si disinnesca invece l’onnivora curiosità dello scrittore postmoderno alle prese con il disordine del mondo. 

Martin Amis

Ubbidendo alla prensile volontà di smascherare le seducenti superfici ma soprattutto le contraffatte oscenità del contemporaneo, Amis passa dal resoconto di un torneo di poker cui partecipa muovendosi tra la colorata umanità dei tavoli da gioco, i bar, le stanze d’albergo e tutte le iperboliche nonché pacchiane invenzioni di Las Vegas alla disincantata analisi della pruriginosa febbre popolare cresciuta attorno al tremendo epilogo della principessa Diana e alla reazione di quel cuore eternamente abbottonato della regina madre, dalle perlustrazioni nei devastati barrios colombiani in cerca dei giovani assassini menomati della città di Cali alle indagini dal vivo nell’universo in espansione della più pesante pornografia americana, dal ritratto dell’anarchico Dieguito Maradona a quello riuscitissimo di John Travolta, ripreso tra vertiginosi successi, improbabili resurrezioni e drammatici sprofondi. Ma il ventaglio si apre ulteriormente, e sotto la rubrica Sport il vecchio amore per il tennis si traduce in divertiti e gustosi affondi nelle bizze caratteriali e negli esorbitanti ego di campioni d’epoca quali Jimmy Connors, Andre Agassi e John MacEnroe, puerilmente intemperanti se paragonati a un altro fenomeno morigerato e saggio come Pete Sampras. Non mancano, infine, le stoccate anticonformiste a una certa indulgenza buonista e liberale verso un islam che assume troppo spesso accenti da fanatismo apocalittico. Alla voce Politica spiccano le pagine mordaci attorno al disastro, in primo luogo psichico e linguistico, di Donald Trump, mentre si rileggono con commossa meraviglia le parole dedicate all’amico ormai morente Christopher Hitchens, la cui eccezionale libertà di pensiero, sfidando tornaconti personali e infischiandosi di occasionali impertinenze, si è sempre gloriosamente guardata da ogni compromesso.      

 (recensione pubblicata sul quotidiano Il Cittadino il 4 luglio 2019)