lunedì 11 luglio 2022
IL MERCATO DEL VENTO da oggi in libreria e negli store online!
mercoledì 27 maggio 2020
ALAN SILLITOE - LA SOLITUDINE DEL MARATONETA - MINIMUM FAX 2019
Basterebbe il racconto di apertura che titola la
raccolta per dare una misura del narratore e poeta di Nottingham, annoverato nonostante il suo rifiuto di ogni etichetta tra i più significativi esponenti degli
Angry Young Men anni Sessanta. Figlio
della working class, reduce di guerra, Sillitoe dà vita a personaggi che si
stagliano crudi e veri come in un film di Ken Loach. Primo fra tutti il detenuto
nel riformatorio dell’Essex, che si allena lungo i sentieri ghiacciati del
circondario in vista di una gara di maratona con atleti di altre carceri. Nel
suo monologo, un gioiello ormai classico dove le parole assumono il ritmo
trascinante della corsa, il giovane Smith medita sulle circostanze che lo hanno
condotto a delinquere, scegliendo infine di perdere la competizione, lui che
potrebbe primeggiare, pur di vendicare i molti torti subiti. Il riscatto, per le vittime
che sfilano in queste pagine, sembra possibile solo attraverso intimi o
plateali atti di insubordinazione. Forme di ribellione che traducono il
malcontento e il disagio di un’intera classe sociale, destinate a tradursi in
sconfitte sopportate con orgoglio e un senso di inesausta resistenza. Così
accade, spigolando tra i tanti memorabili esempi, a Zio Ernest, modesto e disilluso tappezziere che ritrova il calore della
speranza facendo piccoli regali a due sorelline affamate, finendo poi
minacciato dalla polizia alla stregua di un pervertito. O all’operaio
Scaferdale, angariato dalla moglie crudele e rimbalzato nelle braccia di
una madre anche peggiore, che scioglierà le sue frustrazioni in segrete uscite
notturne, molestando giovani passanti.
Alan Sillitoe
ANGELO FERRACUTI - LA META' DEL CIELO - MONDADORI 2019
Conosco abbastanza Angelo Ferracuti da intuirne
il timbro della voce nella qualità della scrittura. Leggerlo è quasi come
sentirlo raccontare le sue storie; una cadenza e un timbro che le ancorano alla
terra, scansando la fisima stilistica e cercando piuttosto l’onestà nella
testimonianza sobria, quanto più possibile trasparente e veridica, di ciò che è
accaduto. O meglio di ciò che gli è
accaduto e ha potuto toccare con le mani, avvicinare con gli occhi, mettere
alla prova dei sensi. Ferracuti è reporter per vocazione prima
che per scelta, e le sue doti narrative guadagnano il passo migliore se
poggiano sull’esperienza diretta delle cose, dei paesaggi, degli esseri. In
tempi di evasioni virtuali, profili online e astratte elucubrazioni, lo
scrittore marchigiano continua a rimanere dalla parte del realismo -
l’intramontabile realismo, non un capitolo di letteratura ma la sua necessaria radice
umana, la sua sostanza legata stretta all’esperienza percettiva, qualsiasi
mondo voglia aprirci. La metà del cielo
porta a un limite esemplare questa fedeltà al vissuto, unendo romanzo e
reportage, prestando corpo vero alla finzione e ingaggiando una sfida
ultimativa tra parole e vita. Angelo perde la prima moglie Patrizia quando ha
solo quarantadue anni, colpita da un tumore inarrestabile. E proprio la morte,
la più insolubile delle pagine bianche, gli chiede di scrivere un libro “che
non avrebbe mai voluto vivere”, cresciuto per frammenti in un percorso annoso e
terminato quando anche le lacrime si sono esaurite e il dolore è giunto a una specie
di catarsi.
Angelo Ferracuti
Tra queste lontane sponde di un
personalissimo calvario - la lancinante perdita e il sollievo di una pace
giunta al culmine della rammemorazione - si snodano pagine che lambiscono le
fasi salienti di una storia d’amore e intercettano eventi di portata storica. Il
libro diventa così mémoir interiore e
romanzo di formazione, cronaca di un ferita intima e di uno snodo generazionale.
Il corteggiamento, il primo bacio, la caduta del muro di Berlino e delle Torri,
la claustrofobia di una provincia tanto vicina al cuore quanto insopportabile, l’impegno
politico, la deriva di compagni slittati nella disperazione e nella violenza,
l’adoperarsi per una svolta che fermasse l’annichilente voracità del capitale e
la delusione di fronte a una lotta di classe ridotta a pura invidia sociale. In
mezzo a tutto ciò corsie d’ospedale, estenuanti attese, visite oncologiche, una
sofferenza che rode il corpo e l’anima fino al respiro che si arresta e a un
amore che continua il suo viaggio nel ricordo, e forse oltre. “Sento che nei
momenti importanti mia madre mi protegge” confida una delle due figlie al padre,
“come se una forza mi sostenesse.” L’imbarazzato assenso sembra trasformarsi
all’improvviso in una condivisione misteriosa.
sabato 18 aprile 2020
RAYMOND CHANDLER - IL GRANDE SONNO - ADELPHI 2020
Presto ci si affeziona
alle battute sapide e taglienti, ai modi da stagionato solitario, alla
perspicacia aguzzata da puntuali whisky and soda e a tutto l’universo che
colora a tinte forti le avventure del detective Philip Marlowe. Ed è un’ottima
notizia che Adelphi abbia deciso di riproporre l’intera produzione del maestro
inauguratore del noir, iniziando da questo grande classico fine anni Trenta.
Una Los Angeles spesso notturna e piovosa, il generale ottuagenario Sternwood rintanato
nella sua dorata a ammuffita dimora accanto a due figlie, Vivian e Carmen, viziose,
isteriche e prolifiche d’intrighi; un ricatto che piomba sulla famiglia e la
misteriosa scomparsa del genero Sean Regan. È quel che basta perché bussi alla
porta l’impassibile Marlowe, quel tipo che si dichiara “così avido che per
venticinque dollari al giorno più le spese, perlopiù benzina e whisky” insiste
a perseverare con il suo cervello “o con quel poco che ne resta.” Inizia così l’indagine,
a ritmo sempre più incalzante, descrizioni di luoghi e azioni fulminee, spostamenti
inattesi e descrizioni ben cesellate ma senza ombra di prolisse sbavature. Il
libraio Arthur Geiger, che smercia sottobanco libri pornografici, viene trovato
morto nella sua abitazione, di proprietà del gangster Eddie Mars, accanto a
Carmen, nuda, confusa e drogata a più non posso.
Raymond Chandler
Il tempo di riaccompagnare la
figlia del generale a casa e tornare sul luogo del delitto e il cadavere è
scomparso. Marlowe s’ingegna, segue esili tracce disponibili e la vicenda si
trasforma in un complesso intrigo che lo trascina tra sale da gioco clandestine,
killer prezzolati e false piste che non riescono a distoglierlo dalla corsa
verso la soluzione. Viene picchiato, da uomini di Mars, nel tentativo di
dissuaderlo dall’approfondire ulteriormente il caso, ma la tenacia della celebre
creatura di Raymond Chandler affronta la paura con l’ironia sprezzante di un
sopravvissuto a molte guerre. Pesto, minacciato e incatenato a un palo riesce a
sciorinare battute al vetriolo, correndo come un funambolo in bilico tra la
vita e il precipizio imminente della morte. Philip Marlowe è un duro ma a suo
modo un buono, o meglio un giusto, che a un certo punto sembra adoperarsi più
per rasserenare il vecchio cuore del generale che per riportare all’ordine un
mondo che comunque rimarrà bieco e corrotto. Preparandosi all’ultima,
risolutiva spedizione con cui metterà in croce il colpevole, ci regala una
manciata di parole che restano impresse a tinte forti nella memoria e non a
caso ispirano il titolo di quest’opera capitale del genere. “Che importanza ha
dove si giace, quando si è morti? In un lurido pozzo nero o in una torre di
marmo in cima alla collina, fa lo stesso. Quando si è morti si dorme il grande
sonno, e a cose del genere non si bada.”
mercoledì 4 settembre 2019
LAURENS VAN DER POST - IL CUORE DEL CACCIATORE - ADELPHI 2019
Nato
in Sudafrica, nel cuore del territorio dei boscimani, da una famiglia di
origini boere, Laurens van der Post sperimenta fin da piccolo il senso di
un’intimità assoluta con la natura di quei luoghi e ha modo di assaggiare
precocemente - attraverso la sua vecchia tata di colore, Klara, di madre
boscimana - i racconti straordinari delle genti che prima della loro quasi
totale estinzione a seguito di reiterati soprusi e feroci campagne di
assimilazione li abitavano da più di ventimila anni, contendendo ai pigmei dell’Africa
centrale il primato della longevità sul Continente. Organizzati in gruppi
familiari, massimo una trentina di persone di corporatura minuta e grande
resistenza, questi ultimi sopravvissuti dell’età della pietra, detentori di sapienza
e segreti ancestrali, disdegnano il raggruppamento in comunità più vaste così come,
in genere, l’astratta conoscenza dei numeri, prediligendo il nomadismo e vivendo
da cacciatori e raccoglitori lungo le sconfinate lande desertiche del Kalahari.
Lo scrittore ed esploratore che combatté nelle fila dell’esercitò britannico, fu
imprigionato e torturato per tre anni dall’esercito giapponese, dedicò una
parte importante della sua vita e del suo lavoro alle ricerche sull’universo
dei boscimani. Il mondo perduto del Kalahari,
pubblicato nel 1958, fu il primo brillante risultato, seguito dall’omonimo
documentario realizzato per la BBC e da questo libro, tradotto in italiano dopo
quasi sessant’anni dalla sua comparsa, che raccoglie le scoperte di un
intellettuale raffinato e ricco di esperienza, capace di intrecciare le
competenze dell’etnologo militante e quelle del profondo studioso di miti e simboli
(si avvicinerà alle teorie di Jung) unite al talento del narratore di razza. Sempre
mirabili sono le descrizioni del paesaggio in cui si muove, che sanno
restituire con meticolosa capacità immaginativa le variazioni della luce, le
mutevoli condizioni degli eventi atmosferici, le più sottili sfumature del
cielo, delle albe, dei tramonti, degli agglomerati di nubi temporalesche che si
gonfiano in benefiche promesse di pioggia all’orizzonte delle immense piane
desertiche. Raccontando la spedizione nel Kalahari in compagnia di fidati
operatori e del mitico Dabé, guida nativa, Laurens van der Post si avvicina con
formidabile capacità di ascolto alle esistenze dei cacciatori nomadi, che ha
modo di incontrare in un ambiente miracolosamente intatto, e dai quali assorbe
un’eccezionale quantità di informazioni. Le prodezze della caccia con arco e frecce
avvelenate agli animali erranti negli immensi spazi di sabbie e terre rosse,
struzzi, tassi, zebre, istrici, grandi predatori oltre a svariate specie di
antilopi, gli eleganti steenbuck, i veloci e balenanti druiker, le danzanti
saltatrici springbok, il nobile e possente eland, e poi la luna, gli
immancabili fuochi notturni, la traccia opalescente della Via Lattea e le luminose
stelle protettrici: ogni creatura o elemento del paesaggio è un tutt’uno con
l’anima del boscimano, che se ne serve e da cui è servito. Restando immersi in
un contesto simile, la natura, anche per l’animo del viaggiatore, diviene “una
faccenda personale” e “qualsiasi nozione scientifica se ne abbia svanisce rapidamente
fino a che nella mente non rimane più nulla di astratto.” Lo scrittore fa
tesoro di racconti iniziatici, comprende il senso profondo del riso primitivo,
il dono della mimica, “uno dei maggiori talenti del boscimano”, verifica la
straordinarietà delle sue percezioni extrasensoriali, condivide gesti e forme
del vivere uguali da mille anni.
boscimani sotterrano uova di struzzo riempite d'acqua, che serviranno da scorta lungo il cammino
È un equilibrio umano e cosmico che resterà immutato
fino a quando l’armonia del Kalahari e dei suoi cacciatori verrà compromessa
dall’insolenza occidentale e dalla pressione di aggressive popolazioni nere. La
stessa sopravvivenza fisica dei boscimani, vessati da deliranti multe per la loro
semplice attività di caccia, costretti a lavori insostenibili, detenuti per
futili motivi, violentati e spesso così alienati da impazzire, sarà minata fin
quasi all’estinzione. Di ritorno dalla spedizione nel deserto, il loro
estimatore e amico bianco, che si era già fermamente opposto all’apartheid,
intercede presso un alto rappresentante del governo affinché prenda
provvedimenti utili ad arginare il processo di sterminio. Qualcosa le autorità
faranno per rendere la fine di un popolo più lenta e meno dolorosa, ma un altro
male, più profondo, resterà invece senza alcun rimedio: un vizio che mina alle
fondamenta la nostra esausta modernità. Laurens van der Post spende parole memorabili
illustrando le mancanze e la futilità di un uomo cosiddetto progredito che non
riesce più a guardare la realtà “con gli occhi dello spirito oltre che con
quelli del corpo”. “Il problema”, riflette sugli errori dei dominatori
occidentali, “era che vedevamo gli africani solo con l’occhio esterno e non
anche con l’occhio del cuore, e secondo me non è possibile conoscere realmente
gli esseri umani se non li si guarda anche in quel modo, in altre parole se non
li si conosce anche attraverso il senso di meraviglia che suscitano in noi.” Lo
studioso di miti primordiali si allea con il lettore del Nuovo Testamento e non
usa mezze misure di fronte alla miseria dell’uomo contemporaneo. “Siamo sempre
mendicanti rispetto a quello che eravamo nati per diventare. È il rifiuto o
l’incapacità di riconoscere questo che sbarra la strada e crocifigge l’uomo
nuovo in noi. Ed è questo il significato del grido: Padre, perdona loro, perché
non sanno quello che fanno. Siamo un popolo, anzi un’intera epoca, chiuso
nell’oscura nube di quell’ignoranza.” La terza e conclusiva parte del Cuore del cacciatore, dopo i contatti
intimi con la vita dei boscimani e della loro casa di sabbia e stelle, la
cronaca dolente dell’epilogo e la constatazione della povertà spirituale cui si
sono condannate le nostre società con la tracotanza delle loro menti, torna a
riflettere sul mondo creaturale del deserto.
Laurens van del Post
I panni dello studioso di simboli
e segni si avvicendano a quelli del filosofo e del viaggiatore, e dai toni del
reportage passa alla decifrazione della cosmogonia boscimana, le cui tracce
sono ancora visibili nelle celebri pitture rupestri, dove a fare da
protagonisti sono gli animali e le loro metamorfiche sembianze, a partire da
quella creatura sacra che è incarnazione del primo spirito: Mantide, espressione
dell’unico Senso, significato stesso della creazione, sogno che si è fatto
carne. E da Mantide si scende e ci si espande, arricchendo un delta
meraviglioso, un grandioso albero genealogico composto di nomi ma soprattutto
avventure, lotte, trasformazioni vissute da elefanti, manguste, babbuini e
molte altre concrete e visionarie manifestazioni della vita che permettono al
boscimano di accedere al significato più radicale del conoscere e, specularmente,
a quel “senso di essere conosciuto”. Un senso di parentela universale con
qualsiasi cosa incontri, arcanamente reciproco e così forte che gli consente di
rivolgersi agli astri “come fossero membri della sua famiglia”.
venerdì 5 luglio 2019
LUIGI MALERBA - MOZZICONI - QUODLIBET 2019
La
casa editrice maceratese Quodlibet e la sua raffinata collana di narrativa Compagnia extra tornano a ospitare il
neoavanguardista, eclettico scrittore e sceneggiatore emiliano, al quale, a
circa un decennio dalla scomparsa, è stato dedicato nel 2016 un Meridiano che
ne ha raccolte le opere maggiori. Luigi Malerba riappare qui con un libro snello
ma ben rappresentativo della sua produzione, esilarante e denso di un umorismo
paradossale: una “favola”, come dichiara l’autore narrando le peripezie del protagonista,
l’eretico e svagato Mozziconi, romano che detestando l’insulso clamore dell’urbe
e l’aggressività truffaldina dei più spocchiosi abitanti, decide di distruggere
la casetta che abita all’Acquedotto Felice e stabilirsi nel greto del Tevere.
Luigi Malerba
Capita
ogni cosa, nella capoccia esplosiva dell’ “anarchista e ribellone”, che non si
è mai fatto un amico perché non ha mai avuto un nome da unire al cognome. Malerba
ne segue le gesta con una lingua scanzonata, inventiva, prodiga di neologismi e
costruzioni sintattiche che occhieggiano al parlato. Ma Mozziconi non è solo
uno strampalato e monologante barbone; è l’esempio di un uomo che con la sua
marginale condotta mette a soqquadro l’ordine costituito del mondo, denunciando
l’ipocrisia dei sapientoni che giudicano dall’alto, le speculazioni di
milionari palazzinari, i politici sempre a caccia di pretesti per guadagnare
consensi e quei cittadini impettiti che si scandalizzano per un nonnulla e
scaricano rifiuti e improperi dove nessuno li vede. Nel suo modo da eccentrico
sconclusionato è anche un convinto tutore della natura; semina piante e ortaggi
lungo i corridoi di terra che abbracciano il fiume, parla e ascolta parlare
pesciolini e uccelletti, e nelle pause tra una e l’altra delle sue attività
sublima l’arte del grattarsi la pancia e tira le somme di calcoli astrusi,
misurando la velocità del buio, sostenendo che si possono dividere i numeri
dispari ma non quelli pari, raccogliendo pagine di vecchi giornali e mandando a
memoria le assurdità dell’universo ‘di sopra’. Un saggio sui generis, insomma, che
affida le sue intuizioni più care a foglietti sigillati in bottiglie che
navigano alla volta di sconosciuti destinatari. E infine, trovata delle
trovate, si ingegna a piantare cespugli di ciliegio marino così che formino un
verde striscione offerto ai passanti. Alla M seguirà una E, quindi una R, una D
e a suggello la A. Scoppia uno scandalo, i dignitari si allarmano, la voce si
sparge, e ci andrà di mezzo niente meno che il sindaco, “ladrone e truffone”
ovviamente, destinato a finire in prigione.
(recensione pubblicata il 27 giugno sul quotidiano Il Cittadino)
MARTIN AMIS - L'ATTRITO DEL TEMPO - EINAUDI 2019
Apparsi
sulle più prestigiose riviste e testate inglesi e americane nell’arco
dell’ultimo trentennio, questi saggi e reportage frutto della piena maturità di
Martin Amis sono eclettici regali di arguzia, passione e grande stile. La
sistemazione, a temi alterni, ricorrenti, del variegato materiale, apre e
chiude il libro con l’ambito più specificamente letterario, dove lo scrittore
britannico mostra tutto il suo notevole talento, in particolare con indagini scrupolose
e appassionate attorno ai due autori in cima alla scala dei suoi prediletti, Vladimir
Nabokov e Saul Bellow, seguiti, alla voce Letteratura
- che ritorna puntualmente come basso continuo e cuore del volume - da una
ristretta cerchia di poeti e narratori di primissimo livello: Philip Larkin, Iris
Murdoch, Don De Lillo, J.G. Ballard, Anthony Burgess, Philip Roth e John
Updike. Negli spazi che si aprono tra i diversi capitoli del sottile lavoro di
saggista si disinnesca invece l’onnivora curiosità dello scrittore postmoderno
alle prese con il disordine del mondo.
Martin Amis
Ubbidendo alla prensile volontà di
smascherare le seducenti superfici ma soprattutto le contraffatte oscenità del
contemporaneo, Amis passa dal resoconto di un torneo di poker cui partecipa muovendosi
tra la colorata umanità dei tavoli da gioco, i bar, le stanze d’albergo e tutte
le iperboliche nonché pacchiane invenzioni di Las Vegas alla disincantata
analisi della pruriginosa febbre popolare cresciuta attorno al tremendo epilogo
della principessa Diana e alla reazione di quel cuore eternamente abbottonato
della regina madre, dalle perlustrazioni nei devastati barrios colombiani in cerca dei giovani assassini menomati della
città di Cali alle indagini dal vivo nell’universo in espansione della più
pesante pornografia americana, dal ritratto dell’anarchico Dieguito Maradona a
quello riuscitissimo di John Travolta, ripreso tra vertiginosi successi,
improbabili resurrezioni e drammatici sprofondi. Ma il ventaglio si apre
ulteriormente, e sotto la rubrica Sport il
vecchio amore per il tennis si traduce in divertiti e gustosi affondi nelle
bizze caratteriali e negli esorbitanti ego di campioni d’epoca quali Jimmy
Connors, Andre Agassi e John MacEnroe, puerilmente intemperanti se paragonati a
un altro fenomeno morigerato e saggio come Pete Sampras. Non mancano, infine,
le stoccate anticonformiste a una certa indulgenza buonista e liberale verso un
islam che assume troppo spesso accenti da fanatismo apocalittico. Alla voce Politica spiccano le pagine mordaci
attorno al disastro, in primo luogo psichico e linguistico, di Donald Trump,
mentre si rileggono con commossa meraviglia le parole dedicate all’amico ormai morente
Christopher Hitchens, la cui eccezionale libertà di pensiero, sfidando
tornaconti personali e infischiandosi di occasionali impertinenze, si è sempre
gloriosamente guardata da ogni compromesso.
(recensione pubblicata sul quotidiano Il Cittadino il 4 luglio 2019)
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