Dovrei essere felice di avere ottenuto una
menzione in cima ai finalisti del Premio Mario Luzi, sezione poesia inedita;
invece sono moderatamente amareggiato di ritrovarmi in mezzo a un’impaludata
arena di giochi oscuri e di fantasmi. Brevemente i fatti. Mi iscrivo, a inizio
giugno e senza indagare più di tanto, al Premio, non suggestionato dalla sbandierata
di pompose garanzie ma prendendo comunque atto della storica Presidente di
Giuria (Maria Luisa Spaziani, ora e da pochissimo scomparsa), di alcune firme tra
i giurati (Donatella Bisutti, che salta all’occhio per la stimata militanza e
quale ragionevole eccezione in un concerto di anagrafi decisamente impegnative),
dell’esclusiva autorizzazione dell’erede Luzi, nonché del patrocinio del Senato
della Repubblica Italiana. Un allarme, tuttavia, e a onor del vero suona, a cose
fatte, ovvero a trittico inviato, da un lontano articolo postato sul blog di
Loredana Lipperini in cui si stigmatizzava la desolante circostanza di un mercato online di
recensioni e proposte di stampe a pagamento pubblicizzate accanto all’Ambasciatrice del Premio Carla Fracci, al nostro
apprezzabile Senato, e al Fondatore e Direttore Mattia Leombruno, su marioluzi.it
. E a conferma di un sentore non buonissimo ricevo in puntuale coincidenza una
telefonata dalla Casa Editrice Pagine
(anche qui, invitante e collegato, un Premio di poesia) con la proposta - dietro
contributo di soli, suppergiù, 70
euro - dell’inserimento in una ovviamente prestigiosa antologia: intrusivo
marketing di cose di poesia approntato da un’operatrice che dopo l’inaugurale
assedio modifica percettibilmente tono all’assenza di speranze del mio la prego, non insista, non ho neppure molti
soldi e semmai ne avrei bisogno, anche pochini, dall’editore. Altolà ahimè
dimentico di far luce sull’incognita centrale: chi aveva offerto a questa Pagine il mio numero di cellulare? Esiste
dunque un network, un passaggio clandestino, una banca dati di aspiranti al
regno del visibile cui attingere nell’ingordigia di un banchetto condiviso? Ma questo sarebbe
ancora il meno. Il 12 luglio, dopo la cancellazione, esattamente un mese prima,
della data prevista per la consegna dei premi, per cause di forza maggiore (posso supporre le condizioni di salute
in emergenza estrema della signora Spaziani, mancata il 30 giugno scorso), vengono
resi finalmente pubblici i nomi dei vincitori della sezione poesia edita, il
cui primo premio (l’unico con la dotazione del conquibus, 2000 euro) viene assegnato
a Mario Artz, autore della raccolta Soliloqui,
Digipress editore, che dovremmo a
questo punto indicare più correttamente come supposto autore, con supposta
raccolta Soliloqui e supposto Digipress editore, poiché della
fatale triade non emerge traccia in nessun angolo del net. Mario Artz: ormai fantasma, bersaglio e barzelletta di un esilarato
circolo di frequentatori dei social network, in primo luogo facebook, dove peraltro,
postando sulla propria pagina, Donatella Bisutti dichiara di non essere stata
neppure informata di far parte della Giuria del Premio Mario Luzi e non tarda a
rassegnare le dimissioni con lettera raccomandata. Qui si è giunti quando 9
giorni dopo, dunque ieri 21 luglio, sono pubblicati pure gli esiti della
sezione poesia inedita, cui mi è toccato in sorte di partecipare e dove il
primo posto (l’unico, neppure a ricordarlo, che prevede questa volta 1000 euro)
è andato a Daniel Trinca, di cui le
ricerche - più delicate vista l’impalpabile premessa dell’inedito - sono
strenuamente in corso. Ne ho appena riso, e riso ancora, riso tanto quanto mi è
bastato a compensare la vergogna con l’amico musicista che mi diceva attento,
questo è il mondo con cui avrai a che fare. Giuro, gli ho risposto, preferirei
chiamarmi Mario Artz.
martedì 22 luglio 2014
SCHELETRI E FANTASMI DEL PREMIO MARIO LUZI
sabato 19 luglio 2014
INTERVISTA DEL 18/07/2014 SU VERA TV
Ecco l'intervista curata da Stefania Serino, che mi ha sollecitato a parlare di libri, documentari, viaggi, migrazioni...
http://www.veratv.it/video/2014/07/18/0017363/Vita-Vera-Edizione-11-00-del-18-07-2014.aspx
Dakar, baia di Soumbedioune, una piroga prende il largo. Sullo sfondo: Ile aux Serpents.
giovedì 12 giugno 2014
BARRY LOPEZ - UNA GEOGRAFIA PROFONDA - GALAAD EDIZIONI 2014
Naturalista,
ex fotografo, considerato uno dei più grandi scrittori americani viventi, vincitore
con Sogni artici (1986) del National
Book Award, Barry Lopez conduce da alcuni decenni una ricerca fisica e
spirituale in territori estremi, dove la magnificenza della natura non ha
ancora conosciuto - o almeno non così drammaticamente - lo scempio del
dissennato e sedicente ‘progresso’ contemporaneo. La sua scrittura trae origine
da un incanto perseguito mettendosi in ascolto e dedicandosi interamente ai
luoghi di indagine prediletti: ghiacci, tundre, oceani, deserti, ma anche i selvaggi
boschi dell’Oregon occidentale dove lo scrittore abita dal 1970, a poche decine
di metri dal fiume McKenzie, di cui scruta ogni giorno la vita manifesta e
segreta, i gorghi, i movimenti continui, i giochi mutevoli della luce sullo
specchio acquatico e gli atteggiamenti di flora e fauna che abitano l’inesauribile
campione dell’ecosistema. Quando si allontana dai “centri conservatori della
civiltà” per giungere in quegli “spazi remoti, elementari e aspri, dove la
mente si prosciuga da tutto ciò che era insignificante e ozioso”, questo
imperdibile maestro di meraviglia si tuffa in un’esperienza assoluta, optando
per un tipo di conoscenza di prima mano, problematica, distante dai riduttivi approcci
scientifici che prosciugano il mistero naturale ingabbiandolo in statistiche e
definizioni. Quando attinge a testimonianze locali, Lopez entra in
comunicazione con aborigeni e popolazioni autoctone, che non compendiano in
manuali ma raccontano con l’immediatezza dell’oralità la confidenza con l’ambiente
e la sapienza tutta pratica, sensibile, necessaria per muoversi in quei
territori. Il libro che ripropone all’attenzione del lettore italiano una figura
centrale della narrativa ma anche della riflessione contemporanea - per cui
saggistica e arte della narrazione si alternano continuamente e si fondono
spesso in un’unica forma di meditazione - è un’antologia di scritti che ne
riassumono le tappe principali, egregiamente introdotta da Franco Michieli e
conclusa da una lunga intervista all’autore di Davide Sapienza. Perlustrazioni
artiche e antartiche, incontri con ghiottoni e caribù, orsi e lupi si
avvicendano in una caccia instancabile ad atti enigmatici di animali i cui
comportamenti risultano ogni volta imprevedibili, soggetti come ogni cosa alle
variabili infinite delle circostanze singole, misteri viventi di ecosistemi in
continuo divenire. Non mancano però anche memorie illuminanti dei contatti con
artisti, specie fotografi e naturalisti, che hanno arricchito di stimoli
cruciali il lungo percorso di Barry Lopez: “un osservatore d’avanguardia che
lavora in un’epoca pericolosa”, come si definisce, e che si chiede cosa
succederà quando avremo completamente smarrito “il senso reale della terra”, e
con esso la matrice autentica, rigenerante dell’immaginazione umana. “La
civiltà occidentale, investendo pesantemente nel progresso materiale, sta
compromettendo la sua stessa biologia.” Allarmi lanciati da un uomo di cultura
raffinata nutrito di esperienza e dispensatore di saggezza, che non perde mai
di vista e invita a corteggiare il nostro bene più prezioso: quella verità,
disseminata anche in queste pagine della geografia profonda, che “non può
essere ridotta ad aforismi o formule, ma è qualcosa di vivo e impronunciabile”.
Barry Lopez
mercoledì 28 maggio 2014
TRE POESIE
Ecco le tre poesie scelte dalla giuria del Premio Tapirulan ( http://www.tapirulan.it/ ) e raccolte nell'antologia MEVOJ ( http://www.tapirulan.it/pubblicazioni.php ) :
TRADIZIONE ESTIVA
Eppure laggiù c’è festa.
Non
si direbbe data la straordinaria quiete della sera,
il
raggio d’oro che scavalca la montagna
o
l’altro versante della valle inondato da un sole così vivo.
Non
si direbbe che sia già disceso il grande tronco
e
i tre colpi di cannone siano esplosi
o
un migliaio di automobili
siano
lì tra le viuzze di Spelonga.
L’immobilità
inganna da lontano;
perfino
l’orecchio devi poggiarlo quasi contro
per
sentire il fruscio del vento nella sedia a sdraio.
Troppa
indifferenza
mormora
il fantasma acquattato nella chioma,
impagliato
come un gufo ammonitore sopra il ramo,
troppi
attributi sovrumani in questo splendore naturale.
A
tanta pace non resta che rabbrividire
nel
quadrato sperduto di conifere.
INDICAZIONI DI REGIA
L’interprete,
coltivato in materie musicali,
basso,
in carne o allampanato poco importa,
simuli
pure di ignorare il suo copione;
avanzi
piano, gongolando a tratti,
a
tratti contenuto ma non troppo,
non,
almeno, fino al punto di sembrare inesistente
o
peggio ancora scomparire.
Si
attenga, ecco, appena può,
e
sempre che i gesti i gesti lo consentano,
alla
lezione muta.
Ma
più di tutto non ci creda, per carità, oltre misura:
si
attrezzi come quel poeta nato a Fiume
che
si meraviglia in primo luogo di esser lì
mentre
recita i suoi versi.
Se
desidera, infine, e dove proprio non si trovi,
canti
pure,
che
nei passaggi narrativi è consentito.
DUE CALCOLI
Anche
i sentimenti
senza
la gravità si alleggeriscono.
Pare
che sulla luna siano un sesto
di
quel che calcoliamo in terra,
oppure,
scienza a parte,
è
la perdita degli anni ad alleviare il computo.
Guarda
i bambini ad esempio,
guardali
assorti la mattina
nella
burrasca minore di una semplice partita:
come
lievita dall’asse del pianeta,
come
spunta la sfera tra le dita,
effetto
non terrestre ma stellare,
regalo
rimediato lungo il periplo di casa.
Fanno
appena le dieci e sullo schermo
terzultimo
è l’auspicio di pace in Palestina,
penultimo
il premier del sorriso,
poi,
mancava, l’impiccato del telegiornale;
destra
sinistra e inutili code in capitale,
parabole
in declino
sulla
fortezza dei tetti prospicienti.
Galleggia
qualcosa.
Sul quasi nulla ronzano api.
Insetti domestici vengono a
toccarti le dita.
Saltano tra le unghie.
Saltano tra le unghie.
a Parma, il 24 maggio scorso, nella biblioteca del Monastero di San Giovanni,
per il ritiro del premio.
"Le tre composizioni mostrano una convincente libertà metrico-prosodica, fondata essenzialmente sui ritmi di una sintassi discorsiva e argomentativa, mentre l'autore osserva la realtà ed occasioni diverse col distacco e il disincanto di chi è abituato ad andare oltre le apparenze, a 'prendere le distanze', a non crederci troppo: una festa di paese, che nella distanza panoramica sembra immobile, complice magari l'indifferenza di chi guarda (Eppure laggiù c'è festa); il minor peso, in assenza di gravità, persino dei sentimenti, e la convinzione invece - che spicca - di bambini che giocano, mentre gli schermi ripetono inutili consueti copioni nel 'quasi nulla' esistenziale (Anche i sentimenti); infine le Indicazioni di regia, che suggeriscono, per una rappresentazione - una messinscena o la vita stessa -, i comportamenti fintamente naturali di un qualsivoglia interprete (ipostasi oggettivata dell'io-egli come showman di sé, per lo 'spettacolo', per darla a bere agli astanti), perché, fingendo di non seguire il copione, segua invece strettamente le 'indicazioni di regia'"
(Paolo Briganti, docente di letteratura italiana contemporanea presso l'Università degli Studi di Parma, Presidente di giuria del Concorso di poesia Tapirulan. Dall'introduzione dell'antologia Mevoj)
venerdì 2 maggio 2014
IL MIRACOLO DEL PANE AL FESTIVAL DEL CINEMA AFRICANO, D'ASIA E D'AMERICA LATINA DI MILANO
Sabato 10 maggio alle ore 17,30 (spazio Oberdan), in prima assoluta, con replica domenica 11 maggio (Società Umanitaria - Sala Facchinetti), presentazione del cortometraggio Il miracolo del pane.
Il trailer:
http://vimeo.com/93203760
e la pagina dedicata del Festival:
http://www.festivalcinemaafricano.org/new/film/il-miracolo-del-pane/
Il trailer:
http://vimeo.com/93203760
e la pagina dedicata del Festival:
http://www.festivalcinemaafricano.org/new/film/il-miracolo-del-pane/
martedì 11 marzo 2014
IL'INTERVISTA DI SIMONE GAMBACORTA SUL QUOTIDIANO LA CITTA' DI TERAMO - 29 GENNAIO 2014
SG Il primo aspetto
che mi colpisce, del suo romanzo, "Questa non è la mia patria", di recente pubblicato da Galaad, è il protagonista, il giovane immigrato
ecuadoriano Juan José, alias Nevio. L'ipotesi di un anagramma suggerisce una
domanda: le sue sono le confessioni di un italiano 3.0?
VMO La creazione di un personaggio di finzione come il mio
attinge a un tessuto complesso di storia personale e cronaca indagata di vite
altrui. I segni del disagio di Nevio sono spie di un disagio che lo accomuna a
molti di noi, e anche a me naturalmente. Raccontando il modo in cui il nostro
paese non riesce ad accogliere come dovrebbe lo straniero, racconto
indirettamente le mie difficoltà a riconoscermi in una buona parte dell’Italia
attuale.
SG Fatto è che l'occhio
esterno, ma anche "estero" di Nevio è il vettore che gli consente di
rappresentare narrativamente il dissesto collettivo dell'Italia di questi
nostri anni.
VMO L’incontro con l’altro, a livello pubblico e privato,
nel comportamento sociale e individuale, nel carattere che assumono a riguardo
le leggi e i comportamenti, è un momento rivelatore, una cartina tornasole
dello stato di salute di un paese e dei suoi abitanti. Negli occhi del mio
immigrato si specchia l’Italia di oggi, con le sue iporisie e le incapacità
gestionali, l’egocentrismo e la finta generosità dei proclami che trovano nei
fatti puntuali smentite. Questo romanzo restituisce una visione amara dei
nostri tempi, e credo che la premessa indispensabile a qualsiasi rimedio sia
una conoscenza ravvicinata, profonda di chi sta vivendo una delicatissima
avventura esistenziale, tra sradicamento dalla terra d’origine e problemi
concreti di accoglienza nel nuovo contesto.
SG Flaiano diceva
che in Italia il modo più gettonato per congiungere due punti non è tracciare
una retta, ma un arabesco. Un'osservazione che torna alla mente riflettendo sul
non marginale peso che la "burocrazia" gioca nel romanzo.
VMO Senza volere enfatizzare i meriti di altre culture,
possiamo certamente dire di essere molto lontani dal pragmatismo anglosassone,
che nella giusta dose ci farebbe davvero bene. L’Italia è, storicamente e
immoralmente, il paese delle corti e delle consorterie. La burocrazia fa il
gioco del potere, che gongola come un ippopotamo nel fango dell’immobilismo,
lascia annaspare milioni di pesci piccoli e legifera inefficacemente. Viviamo
in un finimondo di chiacchiere, carte bollate e codicilli che giocano al
massacro di vite umane. I regimi adorano le carte e diffidano dei libri, e le
democrazioe estremamente burocratizzare somigliano sotto certi aspetti a forme
di labirintiche dittature, dove non si impone direttamente ma si induce la
gente ad imboccare vicoli ciechi, a non risolvere nulla in modo chiaro e
definitivo restando succubi del vischio burocratico e dell’arbitrio dei
funzionari. Una condizione, tra l’altro, in cui la corruzione ha libero gioco.
SG "Questa non
è la mia patria" è comunque, e soprattutto, un romanzo sulla
disuguaglianza.
VMO Oggi chi ha il coraggio di argomentare e sostenere fino
in fondo l’uguaglianza, viene liquidato come eretico, rivoluzionario o
utopista. La semplice constatazione che un essere umano non può essere
considerato illegale per la sua posizione geografica in questo mondo potrebbe
bastare a suscitare scandalo presso i cosiddetti realisti della politica e
della vita, che, più semplicemente, sono i cinici di sempre e gli impauriti
dalla perdita di personali tornaconti e privilegi.
SG C'è anche molto
dolore, molta solitudine, molta indifferenza…
VMO Certo, sono fenomeni conseguenti alla disattenzione
verso il prossimo, dissimulata sotto false preoccupazioni mediatiche che
compendiano tutto in statistiche, immagini-cartolina che allarmano e scompaiono
come se non fossero mai apparse nel buio catodico. Dobbiamo riavvicinarci alle
persone in carne e ossa, ai loro cuori, alle loro storie: parlare, scambiarci
racconti, esperienze, emozioni, toccare, condividere, scoprirci sul serio. E’
l’unica via possibile per evitare o limitare solitudine, dolore e indifferenza.
SG Quali sono state
le spinte e le istanze che hanno dato origine a "Questa non è la mia
patria"?
VMO Il contatto con un immigrato ecuadoriano che mi ha
raccontato la sua storia e un particolare momento della mia vita in cui gravava
il peso di una strana solitudine, con una tempesta di notizie allarmanti che
giungevano dal contesto ambientale e politico italiano e internazionale. Le tre
istanze, quella privata, quella del mio “modello” reale, e quella del mondo in
cui entrambi vivevamo, hanno dato il via prima al processo di raccolta e messa
a fuoco dei materiali, quindi all’avventura vera e propria di composizione del
romanzo.
SG E perché la
scelta della forma romanzo per affrontare queste tematiche?
VMO Credo sia la forma migliore per non perdere il contatto
con la vita che nasconde ogni cronaca. Narrare in forma romanzesca non
significa, come nella cattiva letteratura d’evasione, allontanarsi dalla
realtà, ma avvicinarla e intercettarla. Significa reperire, azzerare i fatti e
farli rinascere, in un processo continuo di distruzione e rigenerazione: un processo
che obbliga il lettore e prima ancora lo scrittore a confrontarsi con esseri
umani non stardardizzati o astratti. Il romanzo, e più generalmente la buona letteratura,
lavora attraverso le parole sui sensi, sulla sollecitazione della sensibilità. E’
un operare concreto, con una forte connotazione artigianale, dove il talento
deve necessariamente tradursi in un’attenzione costante alla grammatica minuta,
al senso delle virgole, al respiro delle pause, alla coloritura degli aggettivi
e a tante altre cose, in accordo con le sfumature e le corrispondenze dei
sentimenti umani. Il vecchio e perennemente attuale adagio di Flaubert per cui
“lo stile è il mio modo di sentire” ci dice come e quanto la letteratura sia in
grado di promuovere un’educazione sensibile, facendoci cambiare, nel modo di
vedere e di comportarci. Poesia e letteratura, come suggerisce un bravissimo
scrittore e poeta italiano contemporaneo, Franco Arminio, dovrebbero irrompere
in Parlamento perché qualcosa davvero muti in questo paese svilito da
ignoranza, cattiva retorica e affarismo.
SG Da un punto di
vista narrativo, quali aspetti del romanzo le hanno richiesto più attenzione,
più lavoro?
VMO Non saprei stabilire un’esatta gerarchia a proposito.
Tutte le sue fasi, dal recupero d’informaizoni a proposito delle leggi vigenti
sull’immigrazione, fino alla stesura di pagire dal contenuto psicologico, che
rendono conto delle trasformazioni interiori di Nevio, hanno richiesto la
giusta dose di cura e lavoro. Posso comunque dire che le ore passate a scrivere,
quando si è davvero dentro la narrazione e la storia che si racconta, quando la
si immagna nel dormiveglia e si prendono appunti al buio, sul comondino: ecco,
quei momenti, nonostante la fatica, sono quelli che trascorrono con più
felicità e lasciano una certa soddisfazione: qualcosa di simile al sentimento
che il poeta inglese Philip Larkin confessava dopo aver scritto una poesia. “E’
come se avessi fatto l’uovo”. Curiosa, ironica ma indovinata immagine.
SG "Questa non
è la mia patria", se affiancato ai precedenti, e certo differenti,
"Bach tra gli elefanti" e "Pesce d’aprile a Conakry", forma
una sorta di trittico dell'alterità…
VMO Sono di fatto lavori molto diversi, considerati anche i
tempi di elaborazione dei miei libri, decisamente poco commerciali, che hanno
riflesso momenti di vita e fasi creative distinte. Questo romanzo, poi, benché
pubblicato di recente, da ultimo, è nato prima degli altri, addirittura nel 2004.
“Bach tra gli elefanti”, raccolta di reportage narrativi dal Senegal, paese
dove trascorro lunghi periodI dell’anno, e “Pesce d’aprile a Conakry”, romanzo
che va avanti e indietro, geograficamente e interiormente, tra Africa e Italia,
hanno connotazioni autobiografiche più marcate, pur trattandosi, in realtà, di “finzioni
autobiografiche”, dove le versioni di me stesso si moltiplicano diventando
personaggi a tutto tondo, autonomi e connessi. Si tratta di una ricerca
sull’identità individuale e sul suo disperdersi, sulla sorpresa di scoprirsi
continuamente altri nel flusso di una stessa storia; nel medesimo, grande
spettacolo dell’esistenza. Incontrare il lontano, attraversarlo e farlo
diventare parte della propria esperienza vitale può in effetti considerarsi una
tensione costante di questo irregolare trittico: un serie di viaggi dentro l’altro,
che sono i migranti, certo, ma che siamo anche noi stessi.
SG Nella sua scrittura
è determinate il rapporto con l'Africa…
VMO Lo è diventato nel corso dell’ultimo decennio, da
quando cioè ho iniziato a frequentare in primo luogo il Senegal, ma anche la Mauritania,
il Mali, la Guinea Bissau, la Guinea Conakry: terre, popoli e universi umani che
hanno esteso lo scenario in cui si muove la scrittura, esercizio che porto a
spasso per diversi Continenti, in costante movimento tra presente e passato,
cruda, fantastica attualità e memoria. Un’Africa che finisce per bagnarsi nei
Navigli milanesi o un nitido ricordo di decenni addietro che deborda nella fantasmagorica contemporaneità di un mercato di Dakar.
domenica 2 marzo 2014
MORDECAI RICHTER - JOSHUA ALLORA E OGGI - ADELPHI EDIZIONI 2013
Un
affermato giornalista di mezza età, minacciato dal coinvolgimento in uno
scandalo di natura sessuale, è ricoverato in clinica dopo un grave incidente e
nei va e vieni tra stati di ottundimento e lucidità ricorda la sua vita. Joshua
Shapiro, al pari dell’indimenticabile Barney Panofsky della Versione di Barney, romanzo che assicurò
a Mordecai Richter larga fama internazionale, incarna il suo spirito ebraico in
un uomo ribelle, reticente alle convenzioni sociali e perennemente incalzato da
giudici che di volta in volta indossano le maschere di risentiti colleghi,
donne complicatissime, diffamanti perbenisti o frustrati e violenti poliziotti.
Lo scrittore canadese, talento narrativo tra i migliori della seconda metà del
Novecento, dà voce a personaggi anomali, incontenibilmente bramosi di vita,
incostanti, sensibili e micidiali, soggetti alla persecuzione di un mondo che
nutre verso di loro un’inconfessabile invidia. Un nuovo capitolo, insomma,
della poliedrica e sofferta identità ebraica interpretata da Richter,
architetto di trame romanzesche che giocano su più piani temporali,
ricostruendo a tasselli distanti e connessi le vicende dei suoi eroi inquieti e
dell’universo che ruota attorno ad essi. Ma torniamo a Shapiro, seriamente
malconcio in ospedale e ossessionato dalla scomparsa della moglie Pauline,
fuggita da un altro ospedale, questa volta psichiatrico, dov’era ricoverata in
preda a gravissime crisi. Alla ricerca di lumi che lo aiutino a sbrogliare la
matassa di un’intricata esistenza, Joshua rievoca gli anni di un giovanile
viaggio in Europa: periodo di vita bohemien, peregrinazioni e ricerche che da
Londra lo conducono in Spagna, deciso a ultimare un saggio sulla Guerra Civile,
e dalle città spagnole fino all’isola d’Ibiza, quando, nei primi anni
Cinquanta, era ancora un luogo incantevole abitato da pescatori e pochi
viaggiatori di passaggio. Sono pagine tra le più belle di Joshua allora e oggi, che restituiscono l’irrequieta meraviglia di
una gioventù intenta a misurarsi con fumosi postriboli, deliranti e imboscati nazisti,
sinceri e coriacei uomini di mare, amori rapidi e intensi, amicizie terrigne e
intellettuali, mentre da una radio mai spenta si ascoltano gli echi allarmanti
del regime franchista. Ma l’orologio controllato da Richter non smette mai di
spostare le sue lancette, e tra una quadro e l’altro di questo scenario europeo
emerge la figura del padre Reuben, ex pugile di una certa fama nonché esattore
poco raccomandabile per conto di un trafficante italiano: uomo ruvido e dolce,
che con un’arma a portata di mano raccomanda al figlio la lettura dei testi
sacri e il rispetto delle pratiche religiose, quasi fosse questione di
rispetto, di dignità più che di fede; quindi la madre, Esther, nota nella
mitica zona di St. Urbain Street per i suoi spogliarelli, che in un momento di esilarante
felicità, di fronte a un gruppo di compagni di scuola del piccolo Joshua si
produce in uno dei suoi numeri piccanti, generosamente impegnata a fortificare
la platea ammutolita dei teneri impuberi. Una famiglia di equivoche, umili
origini, quella degli Shapiro, che impatta contro una classe sociale diversa
quando Joshua si innamora di Pauline, figlia del senatore Hornby. Come spesso accade
alle figure femminili di Richter, anche l’avvenente Pauline è donna minata da
una radicata fragilità nervosa e una dissimulata insoddisfazione che deborderà
in una crisi psichiatrica alla morte dell’adorato fratello Kevin, viziato
speculatore di borsa approdato al successo economico e bersagliato da accuse di
fraudolente manovre finanziarie. Un altro dei tanti personaggi di questo
caleidoscopio di campioni umani mulinanti attorno a un’esistenza che, come al
termine di un lungo, rabdomantico film, più che a spiegarsi, giungerà a
illustrare tutto il sorprendente spettacolo del proprio destino. Quel che si
chiede, in fondo, alla letteratura.
Mordecai Richter
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