Dopo alcuni vagabondaggi giovanili David Hohl si ritira in un freddo paesino tra le montagne svizzere del Giura. Animato da un puro anelito di giustizia planetaria medita una partenza per l’Africa al seguito della Direzione della cooperazione allo sviluppo e dell’aiuto umanitario. Nel giugno del 1990 è all’aeroporto di Bruxelles in procinto di imbarcarsi per Kigali, quando si imbatte in Agathe, capricciosa e affascinante ruandese che lo mette nei pasticci con la polizia aeroportuale ritardando di alcuni giorni la sua partenza. Attrazione e perplessità, malia e inquietudine, vanesia esteriorità e carnalità profonda sono le contradditorie impressioni suscitate dalla ragazza africana, che offre al giovane europeo un assaggio di ciò che lo attende in Ruanda. Lukas Bärfuss, drammaturgo di lingua tedesca nato a Thun nel 1971, racconta nel suo primo romanzo la complessa realtà di un paese decolonizzato e segnato da ciniche politiche coloniali, abitato da gente in apparenza pacifica e ordinata, contadini operosi e ubbidienti agli ordini del “buon” dittatore Hab. Il Ruanda che accoglie David Hohl è un’isola riparata dalle ferite dell’Africa più cruda, dall’inferno della fame e delle epidemie devastanti; è un luogo in cui i volonterosi occidentali si sentono al sicuro, innanzi tutto con le proprie coscienze, impegnandosi nella nobile opera di sostegno allo sviluppo. Kigali è una capitale sonnolenta, dove gruppetti di bianchi, in maggioranza cooperanti, funzionari e addetti di Ambasciata, si ritrovano nei soliti bar a imbolsire in compagnia di cattivi alcolici e giovani prostitute. Missland, il più spregiudicato e sincero tra loro, introduce David all’aspetto ambiguo e rimosso della gente ruandese, sospettata di una costante doppiezza e incline a una disciplina pronta a degenerare in ferocia classista. L’iniziazione africana del protagonista che si racconta in prima persona passa attraverso la convulsa avventura amorosa con la ritrovata Agathe, con il mistero di una sessualità immune dalla vergogna alternata a improvvisi irrigidimenti in canoni e pregiudizi tradizionali: una ragazza combattuta tra i sogni di Bruxelles e la realtà di un paese che la richiama alle sue logiche razziali. David sperimenta le ipocrisie della cooperazione, ascolta gli sproloqui attorno alla necessità di una democrazia inverosimile, rischia la vita in un bagno di folla addensata in occasione della visita di papa Woityla, osserva gli ultimi gorilla di montagna protetti come rare divinità: grandiosi animali da cui emana uno strano afflato spirituale, capaci di un’immersione così serena nel presente da suscitare la nostalgia di un mondo irrimediabilmente perduto. Conosce la selvatica bellezza africana accompagnata dal suo osceno controcanto, e come atto finale del soggiorno ruandese vive da testimone diretto una della più grandi carneficine della storia. La calma della cosiddetta Svizzera d’Africa riposava su un’inconfessata vergogna: la divisione della popolazione – incoraggiata e ufficializzata sulle carte di identità nazionale dalla vecchia amministrazione belga - in Corti e Lunghi, Tutzi e Hutu. Non si era trattato di una differenziazione etnica, ma di una classificazione per rango sociale irrigiditasi nel tempo in due schiere di individui in competizione per il potere. Nel giugno del 1994, la martellante propaganda governativa, messa a punto con il contributo di consulenti occidentali, raggiunge il suo scopo e squadre di Corti armati di machete e bastoni danno avvio a una scrupolosa mattanza. Ottocentomila esseri umani uccisi in cento giorni sotto gli occhi di una comunità internazionale colpevolmente inattiva. Rimasto a Kigali quando tutti gli europei sono ormai fuggiti, David segue l’orrore fino ai campi profughi ammorbati dal colera lungo il confine del paese, dove anche l’inquietante avvenenza di Agathe è ridotta a un teschio morente.
Il diffuso degrado della società civile intesa come rete di valori vissuti che rendono felice la convivenza tra persone, la perdita di rispetto per la cultura umanistica e per i reali livelli di maturazione individuale, lo smarrimento di riferimenti alti nel ciarpame e nell’ubriacatura di insensata esteriorità contemporanee, rendono particolarmente urgente questa riproposta di scritti di Piero Calamandrei introdotti da Tullio De Mauro. Il nostro grande costituzionalista, figura che per levatura morale ci fa rendere conto dell’enorme distanza dall’odierna classe politica, si impegnò a lungo sul fronte della scuola, ritenendo che una democrazia senza un adeguato sistema scolastico rimane priva di fondamenta o peggio costituisce una vera contraffazione. Se chi vota non ha strumenti critici per essere consapevole delle proprie scelte, crolla il presupposto della libera volontà dell’elettore, sostituito dalla pratica di una volontà manipolata, ieri dai megafoni dei tour elettorali nelle piazze piccole e grandi d’Italia, oggi dal rullo compressore della televisione propagandistica. La massiccia immigrazione, che pone nuove vaste comunità nella necessità di formarsi e aggiornarsi all’interno della temperie culturale del nostro paese, è un motivo in più per interrogarsi sull’efficienza della scuola. Essenzialmente sono tre gli orizzonti di valore cui può fare riferimento un uomo: quello religioso, tra i giovani in gran parte assente, percepito dalla maggioranza della popolazione in modo formalistico e ormai lontano dal tradursi in personale avventura spirituale; quello tradizionale, veicolato dalla cultura e dalle tradizioni popolari in via di estinzione; infine l’orizzonte di valori umanistici, sedimento della secolare cultura occidentale andato a nutrire il laicismo illuminato di tanti padri della nostra Repubblica come appunto Piero Calamandrei. Fine giurista e uomo politico fondatore del Partito d’Azione, Calamandrei fu una tre le figure più insigni nel dibattito attorno alla stesura della Costituzione. La tensione morale e l’eleganza dello stile di un uomo che svolse peraltro attività di poeta, scrittore e pittore, si riflettono bene in questi tre scritti sulla scuola. Si tratta della trascrizione di un’interpellanza parlamentare del 1948 alla Camera dei Deputati (In difesa dell’onestà e della libertà della scuola), di un discorso pronunciato al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale risalente al 1950 (Difendiamo la scuola democratica), e di un testo apparso sulla rivista Il Ponte nel 1946 (Contro il privilegio dell’istruzione). Le statistiche relative all’Italia di oggi forniscono dati allarmanti circa il livello di istruzione generale. Il 5% della popolazione adulta è analfabeta, il 33% semianalfabeta, un altro 33% rischia di cadere in questa condizione e solo il 20% possiede “gli strumenti minimi indispensabili per orientarsi in una società contemporanea”. Ma ciò che appare più grave sono la faziosità e le logiche di parte che emergono nel proporre modifiche a un sistema scolastico che è patrimonio collettivo. Calamandrei, prendendo spunto da occasioni del tempo, sembra parlare ai nostri giorni. La sua ironia, controllata e pronta a rientrare nella solita compostezza argomentativa, non si accanisce pregiudizialmente contro particolari schieramenti e da ex militante antifascista non ha problemi nell’indicare le qualità positive del modello statunitense. Nonostante il sistema capitalistico, gli Stati Uniti mantengono una “classe dirigente in continuo ricambio, aperta all’ininterrotto emergere dei migliori.” Il giovane collaboratore del “Giornalino della Domenica” di Vamba, che si proponeva di formare i ragazzi agli ideali del Risorgimento e dell’irredentismo, aveva osservato e tratto ispirazione dalle masse degli umili e dei contadini analfabeti impegnati a difendere al fronte un’idea di Patria che nessuno aveva loro insegnato. Esistono, per uno dei padri più nobili della Costituzione italiana, due forme gemelle di totalitarismo: il totalitarismo aperto dei regimi a partito unico e quello subdolo, indiretto, che sotto vesti democratiche mira a trasformare la scuola di stato in scuola di partito o di setta. Un’attività che dimentica il principio di pari opportunità per tutti i ceti e le classi sociali, elargisce privilegi speciali a scuole private o confessionali trascurando la struttura portante del servizio pubblico.
Nell'immediato appaiono come due parti di romanzo indipendenti, entrambe raccontate in prima persona dai rispettivi protagonisti. L'umiliazione delle stelle narra l'avventura dell'autore su una nave scuola della Guardia di Finanza che partendo da Bari risale l'Adriatico segnando le diverse tappe previste dall'iniziativa pedagogico-istituzionale Libridamare. Una crociera che diventa l'occasione per tornare alle radici slave dello scrittore triestino e tenere un diario parallelo di ciò che accade a bordo, tra personaggi che nascondono un profilo ambiguo e l'incontro sconvolgente con la misteriosa Angela, ragazza nera che si infila clandestinamente nella sua cabina. Musica per aeroporti è invece uno spaccato di vita della giovane italiana di origini africane, la stessa Angela apparsa nel corso della crociera adriatica, la cui vera identità è quella di Fiona, figura cardine già in precedenti opere di un autore tra i migliori della letteratura italiana contemporanea. L'architettura narrativa di Covacich non ubbidisce a disegni preparati e la scrittura cresce attorno a nuclei che proliferano e si intersecano fino a comporre un quadro denso che avvince per la tenuta stilistica e l'urgenza dei contenuti. E' l'idea di un romanzo che interseca e corteggia molteplici tracce autobiografiche creando una famiglia di alter ego, anime diverse di un autore che testimonia la dura resistenza a un presente, storico e privato, tutt'altro che ospitale. Le tracce sotterranee e i motivi ispiratori che legano le prime due lunghe parti di A nome tuo sono il dramma della sofferenza umana, l'insensatezza di una vita risucchiata come nulla fosse stato nel totale buio della morte e la libertà di scegliere il momento della propria fine come antidoto all'insostenibilità del male fisico. A sollevare parzialmente dalla caduta irreversibile rimane la memoria, riscoperta di radici sentimentali e storiche vissuta come escursione pacificante verso oasi sperdute di passato che sospendono la morsa rabbrividente dell'attualità. Lo scrittore in visita a Durazzo, Cattaro, Dubrovnik, tra le isole di Hvar e Brač o a Capodistria, è un uomo che avverte la minaccia di un piano occulto tramato alle sue spalle dai responsabili della navigazione, un viaggiatore stretto tra l'ufficialità del ruolo di intellettuale e un'intima macerazione, incline a meditazioni sulla deperibilità universale, sulla progressiva, invalidante senescenza propria del destino umano. Annovera noiosi acciacchi fisici, la sconnessione dei dischi vertebrali o crisi emorroidali risolte in cruente automedicazioni, danni che non sarebbero così opprimenti se non fossero spiragli attraverso cui scorgere orizzonti catastrofici. Il racconto della nonna mummificata in vita e imboccata dalla badante prelude a un peggio che sarà presto raccontato, mentre la clandestina Angela lo irretisce in una scherma di provocazioni erotiche. E a un tratto, come aprendo un nuovo libro, inizia la vita in presa diretta di questa Angela-Fiona che per mestiere aiuta a morire malati terminali. L'infaticabile nuotatrice residente a Maccarese, sul litorale laziale, in una zona di spoglia e selvatica suggestione nei paraggi di Fiumicino, trova nelle eccessive prove di resistenza fisica un sollievo temporaneo all'assedio dei pensieri che ritornano come una marea incessante dal suo inconfessabile lavoro. Le descrizioni delle visite a vecchi e giovani sfiniti che optano per un'eutanasia guidata sono marcate da relazioni minuziose in cui appaiono esseri umani torturati da sclerosi galoppanti e tumori irreversibili. Attorno mulina la vana giostra di un società chiassosa, ambienti creativamente chic di una Roma pesante e fatua, relazioni marcate da rapinosi appagamenti e saltuari ritorni a quel che resta della famiglia, un padre vecchio e dolce e un nonno semisordo accudito dalla solita badante. Più indietro ancora, sulla scia di un accorato flusso memoriale, un'adorata madre scomparsa ad appena quarant'anni, fantasma che riemerge dal fondo scuro delle acque quando Fiona spinge pericolosamente le sue bracciate troppo lontano dalla costa. Un'inquietudine costante, quella della giovane fondista impegnata a zittire la coscienza, che si scontra con una materia ancora più ostica quando incappa nell'ingegnere Grimaldi, coltissimo amante di Virgilio deciso a farla finita ancorché in buona salute. Non è tra i compiti di Fiona assistere il trapasso di un caso simile, dovrebbe andarsene, invece rimane visceralmente presa dal vecchio stanco di una vita che ritiene già compiuta e rivendica il diritto alla sua decisione con logica implacabile. I dialoghi tra i due e la complicità che si crea nel vuoto dei silenzi fanno della morte un tema di riflessione sempre più esplicito, innestando questioni metafisiche nella carne viva dei personaggi, temi capitali che diventano letteratura senza abusare di astrazioni. Un rovello ficcato nel cuore del romanzo fino all'epilogo, in cui si perdono le tracce dell'aspirante suicida e Fiona invia una lettera a Mauro Covacich accusandolo di essere ricorso a un plagio per mettere a punto la videoinstallazione realmente presentata dall'autore nel 2009 a Venezia. Ultime pagine spiazzanti, che rimandano a un labirintico gioco di identità tra l'artista e le sue controfigure immaginate.
La passione di Eraldo Affinati per le grandi ferite storiche del Novecento, e in particolar modo per gli eventi della Seconda Guerra Mondiale, ha un’origine lontana. Il nonno partigiano di questo scrittore che sta tracciando un percorso significativo nella nostra letteratura contemporanea venne fucilato dai nazisti nei dintorni di Forlì. Era il 1944. Sua figlia venne arrestata e caricata su un treno merci che l’avrebbe portata in Germania. Alla stazione di Udine, chiede al giovane sorvegliante il permesso di scendere e approfittando di un frangente caotico riesce a fuggire e a trovare protezione presso altri partigiani. Eraldo Affinati è figlio di quella donna e di quella fuga, senza la quale non sarebbe mai nato. Una fuga che ha segnato uno strappo nella sua vita, una cicatrice che le sue ricerche e le sue parole tentano di ricucire e meglio comprendere. Perché, come scrive in Compagni segreti, la letteratura non è una medicina, non ha la possibilità di guarire l’uomo dai suoi mali, ma lo aiuta a vedere, è una luce nel buio, specie in periodi storici in cui il buio diventa tenebra sanguinosa. Affinati ha iniziato a scavare in quella ferita studiando la storia. Non da specialista, ma piuttosto da umanista curioso e vorace, dilatando il sipario sulla Seconda Guerra attraverso le pagine che ne rendono testimonianza. Ma qualcosa mancava. Si sentiva insoddisfatto, insufficiente rispetto alle cose che apprendeva. E nel 1995, partendo da Venezia e percorrendo l’Austria e la Slovacchia con mezzi poveri, a piedi, raggiunse Auschwitz. Dall’esperienza di quel viaggio è nato un libro, Campo del sangue, con il quale pensava di chiudere i conti con quella ferita. Invece ne aprì di ulteriori, chiamandolo ad appuntamenti cui non poteva sottrarsi. Continuando a occuparsi dei suoi temi d’elezione, nel 2002 scrive un altro libro, Un teologo contro Hitler. Sulle tracce di Dietrich Bonhoeffer, dedicato al grande teologo protestante fatto impiccare dal Fuhrer nel 1945, e seguendo le tracce di uno dei pochi tedeschi che ebbero il coraggio di resistere al nazismo riscopre le ragioni di una speranza riemersa nonostante tutto il male accaduto. Il libro su Auschwitz e quello su Bonhoeffer costituiscono le premesse a Compagni segreti. Insistendo nelle sue investigazioni, Eraldo Affinati ha deciso di recarsi sui più importanti luoghi del conflitto per capire con i propri occhi cosa significa vivere in città di plastica come Hiroshima, Nagasaki o Cassino, città interamente ricostruite dopo i bombardamenti. Cercando di fondare la parola su un’esperienza diretta, si è aggirato come un rabdomante tra le rovine, le terre ancora impastate di sangue e la nuova vita che è rifiorita come un miracolo tra le pietre. Restando in bilico tra passato e presente ha raccolto le testimonianze dei salvati, ha evocato la tragedia dei sommersi e ha guardato con meraviglia ragazzi dall’aria spensierata aggirarsi per Hiroschima o salire i tornanti verso Cassino in sella ai loro motori sportivi. Perché tanto la memoria quanto l’oblio sono essenziali alla vita, ed è proprio grazie al mistero della gaiezza risorta dopo il disastro che sopravvive la nostra specie. “Se arrivassi a comprendere la letizia dei ragazzi di Hiroschima, avrei capito anche il senso della letteratura” confida nel reportage d’apertura di Compagni segreti. La letteratura è innanzitutto responsabilità della parola. Ma non si tratta della responsabilità di fronte alla legge, che non riesce a spiegare ciò che è accaduto nel Novecento. Quando i carnefici, a Norimberga o a Francoforte, furono messi alle sbarre, si giustificavano dicendo che si erano limitati ad eseguire degli ordini. Non è dunque di questa accezione di responsabilità che possiamo fare uso, così come dobbiamo scartare una responsabilità intesa in senso morale o sociale. Per spiegare quale tipo di responsabilità sia necessaria alla parola, Affinati ricorre a una frase di Dostoevskij. “Io mi sento responsabile appena un uomo posa il suo sguardo su di me.” E’ una responsabilità che viene prima della legge, prima dei nostri sistemi etici, ed è la ragione profonda per cui l’uomo non è un animale. Prendersi in carico lo sguardo altrui: qualcosa di imprescindibile che all’autore di Compagni segreti capita per la prima volta di sentire con forza nel Campo N. 10 di Auschwitz, il campo della morte, dove non venivano uccise le persone tramite i gas, evitando un rapporto diretto con la vittima, ma con tiri diretti alla nuca. E’ in quel momento, nel corso del viaggio del 1995, che furono messe alla prova tutte le sue convinzioni religiose e morali. Eraldo Affinati insegna italiano e storia in un istituto professionale di Roma, all’interno della comunità educativa Città dei Ragazzi, creata dopo la Seconda Guerra Mondiale da un sacerdote irlandese per raccogliere gli orfani italiani. Nel tentativo di restituire loro una vita, J. P. Carroll-Abbing pensò di dare corpo a una città fatta dai ragazzi, che potevano eleggere il sindaco, gli assessori e quindi autoresponsabilizzarsi. Oggi, nella comunità, sono presenti ragazzi stranieri che raggiungono l’Italia lasciandosi alle spalle tragedie inenarrabili e che, spesso analfabeti nella loro lingua madre, studiano l’italiano. Nel lavoro di insegnante il concetto di responsabilità della parola è centrale. Parlando, chi insegna incide nella percezione dell’adolescente, non solo per quello che dice, ma soprattutto per come si muove, ed è così che insegnamento e scrittura diventano due attività strettamente legate da un senso della parola che non può essere arbitraria ma deve corrispondere a un’esperienza. I libri di Affinati non nascono da un’invenzione tematica, ma da un’esperienza reale da comunicare agli altri nella trasfigurazione della parola letteraria. Compagni segreti è frutto di un impegno tra viaggi, ricognizioni sul posto, letture e finalmente scrittura. Ma oltre ad essere una raccolta di reportage sui luoghi che sono diventati tappe di un itinerario di maturazione umana e spirituale, è anche un libro di incontri con una vasta schiera di scrittori contemporanei, una settantina, le cui figure e le cui opere fanno da contrappunto alle perlustrazioni fisiche dell’autore. Un’opera in cui sono chiamati all’appello tutti i compagni segreti di un lettore instancabile, coloro che gli hanno dato forza e fiducia nutrendo una visione della letteratura intesa come protesi della vita. Affinati passa da Hiroschima al penitenziario di massima sicurezza sul Lago Bianco, quasi mille chilometri a nord di Mosca, dove sono reclusi 150 ergastolani dopo l’abolizione (non ancora certificata) della pena di morte in Russia, scendendo nei meandri di un carcere infernale e intervistando Ravil Daskin, l’unico condannato che chiede ufficialmente di essere ucciso e che “rinunciando per se stesso a ogni clemenza e misericordia, sembra uscito da una pagina di Fedor Dostoevsij.” Si aggira per Cassino, ricostruendo la storica battaglia. Raggiunge la spiaggia di Omaha Beach per raccontare lo sbarco in Normandia. Si incammina lungo le strade di Mosca e Berlino, rievocando la resistenza forsennata dei russi, l’accerchiamento delle truppe naziste e la loro definitiva disfatta con la conquista della capitale tedesca. Si siede accanto ai suoi ragazzi nell’aula di Bordeaux dove si celebra il processo a Maurice Papon, ottantaseienne ex Ministro di Francia e complice dei nazisti nella deportazione di migliaia di ebrei francesi. Ma accanto a questi reportage vivificati dall’alchimia di una parola “responsabile”, ce ne sono altri che attraversano luoghi più letterari trasformandoli in parallele occasioni di scoperte e illuminazioni. Incontriamo così la casa di Ernest Hemingway, nell’Idaho, con la tomba del maestro americano nel cimitero di Ketchum. Quella di Tolstoj, nel boschetto innevato vicino alla residenza di Jàsnaja Poljana. Il piccolo cimitero in cui è sepolto Boris Pasternak, “sul promontorio dove le luci di Mosca sembrano fuochi fatui all’orizzonte”, per giungere al rifugio di Asiago in cui vive uno dei grandi testimoni della Seconda Guerra, Mario Rigoni Stern, con cui Affinati intrattiene fitte conversazioni e di cui ha curato la pubblicazione delle opere complete nei Meridiani. In un estendersi composito e intimamente coerente delle passioni dello scrittore, il lungo viaggio distillato in Compagni segreti approda alle colossali solitudini del paesaggio meridionale dello Utah dove l’improvvisa epifania naturale del canyon è raccontata con intensa forza visionaria. Un canyon percepito come “una materia opaca che rimanda a se stessa, un muro cieco, invalicabile che vanifica i nostri sforzi interpretativi e riduce l’intelletto a un fuoco artificiale che esaurisce in un breve attimo la sua convulsione luminosa e, immediatamente dopo, mostra il filo bruciato che resta.” Onorando l’ultima stazione del suo privato giro del mondo e dei suoi illustri contemporanei, Affinati torna in Giappone, dove al termine di un cammino nel cuore del secondo immane scempio atomico, si mette in ascolto degli uomini vivi e trapassati nella pace sospesa di una natura che continua a emettere la sua tenera musica vitale. “Gracchiano le gazze, friniscono le cicale, mentre il cuore dei sopravvissuti, che siamo tutti noi, batte forte a Nagasaki.”
Se pensiamo a Bagdad, sono immagini di guerra e massacri quelle che tornano alla mente e non purtroppo l’immagine dell’antica culla della civiltà islamica nonché la patria elettiva dell’immenso Shaykh ’Abd al-Qàdir al-Jilani (1077-1166), conosciuto anche come “il santo di Bagdad”, città in cui il suo mausoleo è tutt’oggi meta incessante di devoti pellegrinaggi. Già la sua infanzia fu costellata di miracoli, come racconta Tosun Bayrac nell’esauriente prefazione. Nato nel mese sacro di Ramadan, il piccolo al-Jilani rifiutava durante il giorno il seno materno e si nutriva solo di notte. La madre, discendente del Profeta Muhammad, lo congedò con sofferenza e santa rassegnazione quando, adolescente, volle allontanarsi per iniziare il suo luminoso percorso mistico e intellettuale. Una sola cosa volle in cambio come promessa: quella di dire sempre e in qualsiasi circostanza la verità, precetto a cui il futuro santo si attenne per tutta la vita. Lunghi romitaggi, astinenze e digiuni nel deserto, cui seguirono anni di studi a Bagdad, prepararono lo spirito di al-Qàdir al-Gilani a divenire modello e maestro incontrastato del suo tempo. Fondatore della più antica confraternita islamica portatrice di insegnamenti esoterici, la Qadiriyya, oggi diffusa in tutto il mondo musulmano, è una figura centrale per conoscere il misticismo islamico e quindi il sufismo. Quest’uomo, che raggiunse in vita la vetta dei più perfetti, illustra così la via del cercatore: “Il percorso che dovrai compiere nella tua ascesa per raggiungere questi gradi dipende dalla distanza che sei riuscito a porre tra te e i bassi desideri della tua anima inferiore. Riuscire ad ottenere lo scopo della tua aspirazione non è come riuscire ad ottenere una cosa materiale o raggiungere un luogo, né come la scienza che porta a conoscere una cosa nota, né come la ragione che può cogliere le cose razionali, né come l’immaginazione che si unisce alle cose che immagina. Il fine che tu desideri raggiungere non è altro che la realizzazione della tua vacuità rispetto ad ogni cosa che non sia l’Essenza di Dio senza che vi sia alcuna vicinanza, né lontananza, né riunione, né incontro, né unione, né separazione.” Il Segreto dei Segreti è uno dei suoi testi chiave, diviso in ventiquattro capitoli che trattano i diversi temi dell’avventura mistica. Ventiquattro capitoli come ventiquattro sono le lettere della professione di fede islamica e ventiquattro sono le ore del giorno.
miniatura indiana del tardo Ottocento raffigurante il santo di Bagdad Abd al-Qàdir al-Jilani
I temi maggiori della narrativa di Philip Roth sono già presenti in questo romanzo risalente al 1986 e pubblicato solo ora in Italia. Il genio del prolifico scrittore statunitense, autore di capolavori quali Pastorale americana, Il teatro di Sabbath o La macchia umana, sembra trarre la propria forza da una costante interrogazione sull’evanescenza dell’identità individuale e sulla necessità di un’eroica quanto fallimentare ribellione all’ipocrisia collettiva. I protagonisti dei suoi romanzi sono uomini assediati da mortifere convenzioni e avidi di una linfa vitale che cercano nella parte più eversiva di se stessi, ovvero nell’eros e in uno spasmodico attaccamento al piacere fisico, a congiungimenti e passioni carnali dal disperato sapore mistico, labili avamposti nel dominio assoluto delle tenebre. Roth è il grande interprete di un laicismo ostinato, irridente, che vede nel religioso piegarsi a un’artefatta entità superiore l’espressione più vergognosa dell’intelligenza umana, la resa a un conforto meschino cui le sue creature oppongono forme di resistenza drammatiche quanto affascinanti. E se a tutto ciò si aggiunge il sentimento di una sradicata, eclettica identità ebraica, il quadro umano in cui si muove lo scrittore appare quello di una prometeica sfida all’impossibile, un ribollente contesto esistenziale in cui la legge della precarietà demolisce colpo su colpo ogni tentativo di coraggiosa ribellione. Superstite consolazione è la memoria, l’incanto oscillante del passato, rifugio di immagini delicate, nostalgiche, un’infanzia e una giovinezza ebraico-americane rivissute alla stregua di un tempo mitico, un anti-tempo innalzato come un magnifico e struggente altare degli afflitti. Sono questi i momenti in cui l’alter ego dello scrittore, Nathan Zuckerman, rievoca il nido familiare da cui il fratello Henry si allontanava in stato di sonnambulismo: una rete di affetti e sapori d’epoca ai quali gli capita di tornare quasi involontariamente, per accensioni magiche che sollevano dal doloroso bailamme del presente. La Controvita è la storia di una morte e di una fuga raccontate da una doppia prospettiva, secondo una costruzione letteraria complessa, a tratti faticosa ma ricca di passaggi magistrali, all’altezza del Roth migliore, crudo e rivelatore, fustigatore e commovente, visceralmente erotico e scherzosamente pornografico, moralista scettico, irriducibile antagonista delle boriose doppiezze umane e cantore di quel consapevole gioco delle maschere che è la vita agli occhi disillusi dell’artista o dei suoi delegati immaginari. I cinque capitoli del libro sono altrettanti scenari in cui si sposta la vicenda di Henry, il fratello di Zuckerman, un uomo che potrebbe dirsi soddisfatto della propria famiglia e della professione di dentista, costretto all’impotenza da una cura prescritta dal cardiologo e che per non rinunciare ai quindici minuti di sesso con la sua assistente Wendy tenta una difficile operazione al cuore che risulterà fatale. Henry è l’eroe di uno scacco suicida a una precoce andropausa, osservato da Zuckerman come la cavia di un esperimento che esalta l’avventurosa clandestinità come alternativa al grigiore di un’esistenza depotenziata, comoda, protetta. Nel capitolo Giudea l’affermato scrittore vola in Israele sulle tracce del dentista fuggitivo che abbandona la famiglia e abbraccia anima e corpo la più fanatica causa sionista, rifugiandosi tra le colline desertiche di Agor al seguito del bellicoso nazionalista Mordecai Lippman. La questione ebraica diventa oggetto di una rappresentazione in cui agli eccessi ultranazionalistici di Lippman e compagni si oppone la figura di un ebreo che rinuncia a settarismi mondani e predilezioni geografiche, elegge per patria il semplice luogo delle proprie memorie e adotta una specie di quintessenziale coscienza ebraica molto vicina alla coscienza artistica di Nathan. In un brusco capovolgimento di prospettive, dopo avere seguito il celebre e discusso romanziere tra le tormentose delizie del suo matrimonio con una shiksa, affabile ariana anglosassone di nome Maria, la morte dello stesso Zuckerman inaugura un gioco di specchi dove il fratello-antagonista Henry è alle prese con l’imbarazzante eredità di uno scrittore che usa la sua anarchica immaginazione come “spia perspicace dei tormenti altrui”. Il romanzo di Roth, metamorfico e cerebrale come le vaniloquenti ambizioni dei suoi personaggi, finisce per narrare di se stesso e dell’esercizio a una perenne finzione come via all’unica forma di autenticità possibile. Al termine di un’accesa discussione con la nuova moglie, i toni di uno Zuckerman redivivo sembrano farsi più miti e inclini a una complice tregua. “Può darsi, come dici, che questa non sia vita, ma usa il tuo incantevole, bellissimo cervello: questa vita è la cosa più vicina alla vita che tu, e io, e nostro figlio, possiamo mai sperare di ottenere”.
Il piccolo Peter è solo ad assistere alla scena, quando un vicino, il poliziotto corrotto Victor Kopec, investe la sorellina Angela. Il gracile corpo atterra inanime sul prato di fronte alla porta di casa e il cane di Kopec, prima di essere abbattuto, ne strazia i poveri resti. La tragedia è uno spartiacque che distrugge la famiglia Flood segnando il destino del giovanissimo protagonista. Il padre Charles, contravvenendo all'ordine del boss Costantine, sgozza il vicino e per punizione viene fatto sparire, mentre la madre, dopo mesi di delirante dolore, sale su un'ambulanza che la trascinerà per sempre lontano. E' il 1961. Affidato allo zio Phillip, Peter cresce accanto al cugino Michael, coetaneo squilibrato e balordo che qualche anno più tardi assumerà il ruolo di boss della cricca irlandese che rivaleggia con gli italiani per il controllo dei fondi pensionistici di Filadenfia. Pete Dexter, narratore premiato con il National Book Award nel 1988, conosce la violenza per averla subita agli inizi degli anni '80, quando per un articolo non gradito viene linciato e picchiato così duramente da portarsi dietro le stimmate di una parziale invalidità fisica: un evento che lo trasforma in uno scrittore appartato, crudo, testimone sapiente di vite deviate. Il mondo di Amore fraterno è diviso tra vittime ed eroi condannati a una medesima sorte, carnefici come il sadico Michael e anime buone come quella di Peter, che osserva con distacco la vita da gangster in cui è coivolto e dalla quale si libererà grazie a un atto di generosità fuori programma che si tradurrà in una vera apoteosi sacrificale magistralmente descritta nelle ultime battute del libro. Ma sono notevoli anche i rapporti analitici delle carneficine, le esecuzioni a colpi di manganello che infieriscono sui corpi denudati di vecchi mafiosi, i gorilla energumeni e cocainomani che esibiscono fili metallici sopra mascelle spaccate, i purosangue giustiziati con idiota rancore da veterinari costretti a baciarne il cadavere: un quadro di ferocia a tinte fortissime che non indulge a caricature o calchi di genere, tenendosi sempre al livello di un sostanzioso e affilato realismo. E' quanto accade nella rievocazione della palestra di Nick DiMaggio, meccanico ed ex pugile, uomo probo e schivo che cerca di rimanere lontano dal giro nonostante i ripetuti inviti di Michael e compagni. L'ambiente del ring e gli incontri serali tra il figlio talentuoso e i pugili assoldati dalla malavita, le provocazioni e lo sgarbo pubblico al boss che disinnesca la sequenza finale con il sacrificio di Peter restituiscono il sapore di atmosfere e tipi umani avvicinati con accento pietoso e implacabile, dove l'anelito a una vita tranquilla è assediato dalla violenza, un incubo vissuto fino in fondo dall'autore prima che dalle sue esemplari controfigure.