domenica 12 giugno 2016
SOLO COSI'
Poteva finire solo così,
sopra un foglio al rovescio,
incerta, smaccata,
a strappi e per soste
lunghe di esitazione.
Poteva finire soltanto
un attimo prima di fermarsi,
cogliendo il rumore imprevisto,
l'equilibrio malcerto del bimbo,
lo scalpiccio delle suole,
le grida che passano il vetro,
e il fiato,
le soste
- sempre di più,
sempre più puntuali -
e tutto il ronzio dell'ambiente,
l'ape elettronica,
la muta dolcissima cantilena del giorno.
(testo edito nell'Antologia EJELE dell'Associazione Tapirulan, 2016)
lunedì 21 dicembre 2015
OI. PENSANDOTI LONTANA
Per
prima cosa mi è venuto da digitare oi. Oi come il male dolce che mi fa pensare
a lei lontana, lei che sbatte gli occhi e li richiude, lei che sopporta e
agisce per volontà di specie, per volontà di sangue, per volontà di cuore. Di
necessità, soltanto. Oggi - l’attenzione era moltiplicata visto il pensiero
ricorrente a lei - ho visto issare malamente un cane, qui, in una via africana,
issarlo su per il collare da un incosciente che guidava un carretto trainato da
un cavallo. Ho avvicinato l’incosciente e l’ho redarguito, inutilmente, forse,
ma l’ho fatto, ricorrendo pure all’Islam e confidando in quel residuo di
coscienza che può sollecitare il nocciolo di bene delle religioni. Gli ho detto
che il Profeta fece spostare la direzione di un esercito per non disturbare una
cagna che allattava. Gli avrei voluto dire anche che a un uomo è toccato il
Paradiso per avere dato acqua a un cane assetato. Ogni istante di bontà è il Paradiso, avrei voluto aggiungere,
se solo avessi avuto tempo e comprensione. Ogni attimo di dono è una parte di
sé che si sposta in alto. Che sfugge, altissima, alla prigione. Se solo lo
avesse capito. Ma spero che almeno lui, il cane intendo, stia un po’ meglio.
Era malato, per giunta, ferito come di una rogna tutto intorno alle orecchie.
Scrivo di questo perché mi addolora e mi commuove pensare a lei, appunto, la
mia diciassettenne a quattro zampe che non se la sta passando proprio bene. La sua
anima, che partecipa dell’anima di chi ne ha condiviso umori, giochi, giornate,
vacanze ma anche solo piccoli momenti di compagnia: la sua anima, immagino, a
quest’ora starà dormendo in cuccia, acciambellata, trasognata, indaffarata con
quel notturno sibilo mentale che porta immagini e pensieri, visioni agli uomini
quanto agli animali. Anima che è cosa estesa, multiforme: campo in cui si entra
vivendo solamente. E se si muore l’anima svapora, trascolora, trasmigra e non
scompare. Se ne va, se ne gira, flirta coi ricordi. Resta sempre anche dove non
ci siamo. E’ più del corpo, ed è il suo frutto. Il frutto e il duplicato delle
gesta, l’impronta dei viventi, degli andati. Solo un salto, volevo fare - per
questo, forse, sono giunto fino a qui - dall’altra parte del Sahara e del
Mediterraneo, oltre gli Appennini, e discendere sulla costa marchigiana per
portare, qualunque e comunque valga, la benedizione che chiedo questa notte al
mio Signore. Che scenda sulla casa, e come spero vi importi almeno un poco
anche su di voi, sulle case di noi tutti. E se non importa non importa,
scenderà o non scenderà comunque. Qualunque cosa sia, sappiate o non sappiate,
offro questo a lei, Daisy, e insieme a tutti, a tutte, alle notti coi vitelli
nei campi collinari, alle fragole nascoste nel fogliame dove non è ancora
inverno, a chi fa un amore appassionato e disperato e a chi dorme nelle braccia
di sua madre. E a chi dorme solo, certo, cullato dall’invisibile sfera degli
assenti. A tutti. A tutto. E dico Amen. Amen.
Daisy
domenica 30 agosto 2015
PETER HANDKE - SAGGIO SUL CERCATORE DI FUNGHI - GUANDA 2015
Uno
scrittore che vive solitario in un paesaggio di colline e steppe tra Parigi e
il mare che lambisce Dieppe si incuriosisce allo strano caso umano di un
vecchio amico, nato e cresciuto nel suo stesso villaggio, che giunto alla piena
maturità dell’esistenza rispolvera una lontana passione giovanile per i funghi
e ne diviene ben presto un appassionato cercatore, sempre più dedito e
ossessivo nelle sue indagini tra il folto dei boschi, i sentieri e i prati
delle radure fino a lasciar defluire tutto il resto, famiglia, professione e
anche le proprie decorose apparenze, in un secondo piano sempre più oscurato da
una pulsione irrefrenabile che potremmo collocare a metà strada tra la malattia
mentale e l’illuminazione ascetica. Ecco il territorio in cui si muove Pater
Handke in questa specie di favola metafisica al cui centro sta un personaggio
che fin dai tempi dell’adolescenza, molto prima di divenire un noto avvocato
impegnato in tribunali internazionali e quindi di naufragare nel suo balzano
amore per i porcini, dà segnali di uno squilibrio che lo allontana e lo distingue
dalla comune gente. Il folgorato cercatore ha oscillato fin da giovane tra presenza
e assenza, toccato da una svagatezza che era in realtà naturale dimestichezza
con un altrove percepito come naturale approdo, destino di una ricerca che gli
avrebbe fatto inevitabilmente sentire stretti i panni del professionista, del
marito e del padre. Una percezione della distanza da sé, quella che cresce nel
protagonista del saggio narrativo del settantatreenne scrittore austriaco,
simile a un senso di coscienza accentuato che anziché avviarlo alla dispersione
o a una meditazione astratta lo avvia alla concentrazione massima su un esclusivo
oggetto del desiderio: un esercizio di sempre più dettagliata individuazione
delle forme consentito dall’esame approfondito del porcino, che diverrà per lui
scuola di olfatto, di tatto, scoperta di colori e sfumature, di ambienti
propizi e luoghi riparati, di tutto un universo negletto e misterioso che
gravita attorno a questa nobile creatura appartenente al celebre regno separato.
L’avvocato di grido che volta le spalle a tutto un ambiente umano che reputa ormai
meschino e stupito accoglie come un eterno assetato i segreti bagliori di conoscenza
che rifrangono le spesso neglette divinità del sottobosco e coltiva il progetto
di un libro che non porterà mai a termine e che l’estensore della sua storia
ricostruirà per frammenti, in base a scarne testimonianze e saltuarie
confidenze dell’amico. Avrebbe dovuto essere, l’immaginario trattato, un grande
omaggio a questa “forma di eternità” in cui si sostanziano la spedizioni
boschive e dove i funghi si trasformano in una sorta di “ultimo luogo
selvaggio”. Propositi che procedono di pari passo con un delirio terrestre e
spirituale, l’avventura di un anarchico eroe che dopo avere votato buona parte
della vita all’insolita causa del meraviglioso porcino torna più o meno in sé e
viene a far visita all’appartato estensore della sua storia. Un finale come un risveglio da una favola che spezza le illusorie catene di ogni convenzione
realistica.
Peter Handke
domenica 7 giugno 2015
UNA MIA POESIA NELL'ANTOLOGIA DELL'OTTAVO CONCORSO DELL'ASSOCIAZIONE TAPIRULAN
ULTIMO
SBARCO
Produsse
una data nuova di zecca,/
ottobre,
per divulgare il solito strazio./
Se
la legge non è uguale per tutti,/
in
questo tuttavia appariva invariabile,/
solcando
equamente mari in bufera,/
bonacce,
moti ondosi in aumento/
o
attenuazione tra isola e costa africana./
Lettiga
in passaggio furtivo,/
pance
in attesa,/
un
paio di vecchi sdentati/
e
nulla di lontanamente ammissibile/
a
smorzare l’effetto,/
puntuale
per la consegna alle stampe,/
dell’orda
stagnante tra la poppa e la prua./
Perfino
un bue e un asinello/
soffiavano
in fondo alla pagina,/
un
Cristo moriva per tutti/
e
alla Vergine non rimaneva che piangere,/
stampata
tra necrologi commossi,/
gli
svariati caduti dell’ultimo sbarco./
Nessuno,
però, nonostante le suppliche,/
che
si fosse deciso a risorgere./
venerdì 27 febbraio 2015
TAYE SELASI - LA BELLEZZA DELLE COSE FRAGILI - Einaudi 2015
Madre nigeriana e padre ghanese, nata a Londra e
cresciuta negli Stati Uniti, attualmente residente a Roma, Taye Selasi,
fotografa oltre che notevole scrittrice, traccia in questo suo romanzo il
quadro di una famiglia - in modo parzialmente autobiografico la propria - di
origini africane e nazionalità americana: madre e padre immigrati e quattro
figli nati in Occidente. La partenza è un lutto, la morte per arresto cardiaco
di Kweku Sai, abile chirurgo che molti anni prima abbandona improvvisamente la
famiglia e gli Stati Uniti per tornare al Paese natale, nella capitale Accra,
sistemandosi poi in una solitaria abitazione progettata e costruita insieme
all’ascetico falegname Lamptey sulla riva dell’Atlantico. A motivare il gesto
un licenziamento ingiusto, a sfondo razzista, dall’ospedale in cui lavora, e la
conseguente consapevolezza di ritrovarsi fallito, incapace di soddisfare le
attese e le ambizioni dei suoi cari. Ma l’inquieto animo di Kweku risponde a
ragioni più profonde, a un’instabilità che ha a che fare soprattutto con le sue
radici, con un labirinto di complessi e discriminazioni, con quel continuo
stare in bilico tra universi culturali e modalità affettive differenti, capaci
di trasformare esseri umani che tentano di radicarsi lontano dalla propria
terra in ansiosi nomadi con patrie fittizie e incolmabili vuoti interiori.
Ognuno reagisce allo shock in modo diverso, secondo il carattere e le esperienze
individuali, che pure all’interno di uno stesso nucleo familiare si rivelano
distanti. Folásadé Savage, ovvero Fola, la bellissima moglie amata e
abbandonata, deve incarnare la difficile parte della madre sola, per cui si
sente impreparata, che la spinge verso pericolose scelte di abbandono. E come
un ventaglio di casi umani illuminati dalla precoce sofferenza del distacco si delineano,
grazie all’implacabile scavo psicologico della Selasi - stile nervoso, senza
ridondanze, capace di registrare i minimi sommovimenti interiori, secondo una
tradizione letteraria che annovera tra i suoi maestri Toni Morrison e Salman
Rushdie -, le personalità dei quattro prodigiosi frutti dell’interrotto amore
coniugale. Olu ha seguito fedelmente le orme professionali del padre assente:
dotato medico anche lui che però nasconde nella sua rigidità scientifica una
fragilità sulle difensive, permeabile a insospettati cedimenti. Sadie, l’ultima
arrivata, non ha mai sconfitto il complesso dell’esclusa, della più brutta e
priva di spiccate qualità di fronte alla brillantezza dei fratelli, e soltanto
al termine di un lungo processo di espiazione, culminante in una danza
iniziatica e rivelatrice intercettata in un villaggio ghanese, ritrova il cuore
generoso della propria identità. In mezzo ci sono i due gemelli: Taiwo, seducente
e talentuosa, amante clandestina del preside della facoltà di Legge della
Columbia, e il grande artista Kehinde, rinato e perso nel mondo delle sue
visioni, delicatissimo e sapiente, in fuga da una fama ormai internazionale:
entrambi, Taiwo e Kehinde, vittime, nella prima adolescenza, di abusi sessuali
perpetrati dallo zio Femi, drogato criminale cui Fola, per una breve stagione
maledetta, li aveva incautamente affidati. E attorno al vortice di queste
trepide esistenze, che si chiariscono sempre meglio nella progressione del
romanzo attraverso una serie di intense epifanie, continua a ruotare il lutto
del padre, fino alla conclusiva cerimonia funebre, in cui il luogo delle
origini, quel Continente africano osservato dalla posizione dolente e privilegiata
della diaspora, diventa centro e punto di partenza verso nuovi, forse più
clementi, capitoli di vita.
Taye Selasi
venerdì 6 febbraio 2015
PAUL AUSTER - DIARIO D'INVERNO - EINAUDI 2015
Giunto alla soglia
della vecchiaia, Paul Auster decide di compiere un viaggio attraverso il
proprio corpo, un’ampia e rabdomantica ricognizione attorno alla sua vita di
sessantaquattrenne che prende le mosse dai segni depositati nella carne, da
quel vestibolo terrestre che con il tempo può trasformarsi in una cartina
tornasole dei patimenti e delle gioie dell’anima di un uomo. Questa la chiave
di un diario che ha spesso il sapore di una spregiudicata confessione, uno dei
libri più belli e anomali dello scrittore americano, che si muove avanti e
indietro nel territorio virtualmente sconfinato delle memorie personali
tracciando un quadro autobiografico che è anche il racconto di una formazione
artistica e di una progressiva iniziazione ai misteri della morte e del
destino. Ci sono esperienze che Auster ritrova nel passato più lontano, come
quelle del giovanile soggiorno parigino, del rapporto sfibrato e ricucito a più
riprese con la prima moglie o degli alti e bassi di una bohème costellata di
speranze e di amarezze: peregrinazioni tra povere soffitte, lunghi periodi di
solitudine e incontri sorprendenti, tra i quali, memorabile, quello con la
spassionata prostituta Sandra, che recita versi di Baudelaire e illustra con incantevole
pazienza al giovane scrittore l’intero Kamasutra di rue Saint-Denis. Se la
scrittura del Diario, in questi casi, è stimolata dalla rievocazione di attimi
salienti del passato, senza un nesso così forte con le tracce depositate nella
carne, altrove è direttamente il corpo a trasformarsi in una vera e propria
mappa capace di guidare a luoghi e fatti anche rimossi. “Ogni volta che arrivi
a un bivio il tuo corpo cede, perché il tuo corpo ha sempre saputo quello che
la tua mente non sa”. Una cicatrice sul volto riconduce all’infanzia, ai giochi
e alle competizioni sportive dell’adolescenza, all’universo misterioso e
trepidante delle prime avventure allo scoperto, dei soccorsi e delle premure
materne; le gravi crisi di panico di cui ha sofferto lo scrittore in età adulta
sono state risposte a traumi e lutti di fronte a cui le lacrime restavano
bloccate alimentando crescenti tensioni interiori destinate a esplodere. Il
ventaglio aperto delle radici familiari conduce Auster a un’indagine che si arresta
ai quattro nonni ebrei dell’Europa orientale; oltre è l’insondabile “melting
pot di tante civiltà in conflitto in un unico corpo”. Si tratta di un complesso
quadro originario che diventa “una posizione morale, un modo per eliminare la
questione della razza, che secondo te è una domanda fasulla, una domanda che
può solo disonorare chi la pone, e perciò hai deciso di essere tutti e ognuno,
di abbracciare tutti dentro di te per essere te stesso in un modo più pieno e
libero, in quanto chi tu sia è un mistero e non speri che sarà mai risolto.” I dolori
e l’intensità del libro crescono fino a toccare il vertice quando il racconto
si concentra sulla figura della madre: sul suo primo, infelice matrimonio,
sulla scomparsa tragica e improvvisa del secondo marito e sulle continue
oscillazioni tra inquietudine, vanità e generosa brillantezza, fino alla morte,
anch’essa inattesa e repentina. La malattia e la morte. Il deperimento e la
scomparsa al termine di lancinanti sofferenze. Quest’opera di Auster, pur non
mancando di ironia e momenti di trasparente levità, si rivela implacabile nel
registrare i segni dell’estenuante marcia verso l’estinzione, come nel caso
della terribile fine pel SLA della nonna materna. Un’opera che ubbidendo alla
sua vena rabdomantica abbraccia un panorama di temi assai diversi e diviene
infine meditazione sulla natura stessa
dello scrivere: nient’altro, nel profondo, che un’espressione della musica del
corpo.
Paul Auster
mercoledì 31 dicembre 2014
Questa poesia in ricordo dell'amica Giuliana Camilli è apparsa sull'ultimo numero della rivista UT dedicato al "Silenzio"
NDOUGOUMA
nel
ricordo dell’amica
Giuliana
Camilli
Se
vale ancora dirti una parola
è
in questa pace che vorrei donarla
mentre
astuti bradipi scalano il baobab
e
dalla casa nella roccia vedo insieme
il
tramonto e le famiglie affaccendarsi
di
pastori con in spalla sciabole argentate
e
greggi al seguito come sassi bianchi nella piana.
Il
corridoio d’acqua che scende dalla mite sommità
rimane
ingombro di nuvole infantili,
oblunga
vertigine di cielo dove emergi
armoniosa
nella voce e pensierosa nello sguardo
da
cui mi guardi quando la fine sulla terra è giunta.
Sorridi
ora nel fluttuare ondoso degli uccelli
ultimi
di sera al seguito dei rossi, rosa e blu
meravigliosi
nell’incendio sgretolato in mare.
Si
apre come un tempo la tua chiacchiera
al
brindisi di calici sonori nel ritrovo
immancabile
al festoso diluvio dei trent’anni.
Ed
è già scorsa quella vita come altre
che
vivemmo e non vivemmo in beatitudine
quando
nient’altro che un’idea era il lasciarsi
e
il morire una congettura tenebrosa,
filosofica,
soltanto, nei primi scricchiolii
di
ossa ancora giovani per credere
che
saluto e arrivederci non collimano
ma
concorrono entrambi alla finzione
di
viaggi nonostante tutto separati.
Nella
brillante attualità della visione
divieni
spirito che spolvera nel cielo
grani
di cobalto tra le prime stelle
e
voce che mi chiama in sogno
ricordando
al vento le parole mute.
Cliccare
I like sul post grondante lacrime
è
stata l’assurda novità di un’epoca
immaginaria
fino a credersi reale
nella
corona instabile di amici
raccolti
chissà dove in un cordoglio online.
Ma
non smette di far notte sull’altura
mormorante
ormai del popolo lunare:
la
luna morsicata guarda a oriente
e
ha voglia ancora di sgroppare la beltà
spericolata
di un tardivo piccolo belier.
Hanno
per nome Pigliamosche
del
Paradiso o Parrocchetto dal collare
gli
abitanti stretti attorno al buio
compiuto
in fine di questo lembo d’Africa.
Sarò
nel sonno con un pugno stretto
da
cui correrai nelle mie vene
ad
ogni liquida pressione, ogni respiro.
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