venerdì 11 agosto 2017
Presentazione LA MISURA DEGLI ANNI a Grottammare
giovedì 15 giugno 2017
KENT HARUF - LE NOSTRE ANIME DI NOTTE - NN EDITORE 2017
Maestro
americano scomparso nel 2014 a settantuno anni, Kent Haruf sceglie la cittadina
immaginaria di Holt, in Colorado, per ambientare le sue storie umanissime e
cristalline: dipinte, verrebbe da dire, da una prosa parsimoniosa ed evocativa,
costruita come se in fila, nei momenti più intensi, siano disposti versi di
poesie narrative. Grazia e leggerezza particolari che colgono le anime dei
personaggi quasi scattando istantanee all’invisibile, lasciando respirare i
silenzi e permeandoli di un senso potente e ineffabile, le pause dei dialoghi
che regalano esempi continui della distillata e particolare saggezza di un
romanziere in grado di contemplare la vita da un punto intimo ed eccentrico, facendo
vibrare nel suo lavoro moti di complicità, nostalgia e soprattutto grande pietà.
Ascoltare lo stile di Haruf è dunque dedicarsi a una vera e propria pratica
conoscitiva, un’esperienza che indaga e insegna l’universo degli esseri umani,
i loro dilemmi, le loro complesse scelte morali, l’incapacità, a volte, di prendere
vie che siano interamente buie o luminose, benefiche o portatrici di nefasti
accidenti, perdurando in quel purgatorio di ambiguità e incertezze che incarnano
spesso nei loro viaggi terreni, da cui si staccano poche, preziose schegge di
chiara autenticità. Come ricorda nella nota in coda al romanzo il traduttore
Fabio Cremonesi, quel che si aggiunge in quest’opera, rispetto ai lavori
precedenti e in particolare rispetto alla Trilogia
di Holt - pubblicata in tempi recenti come tutto Kent Haruf da Enne Enne
Editore - è una certa impazienza e un incalzare del tempo che viene a mancare.
Nella trama di una vicenda semplice e teneramente paradigmatica - la storia di
un amore senile inaspettatamente fiorito e poi, dopo una breve stagione
gioiosa, costretto a ridursi a un timoroso mormorio telefonico dalle violenze
dell’ipocrisia sociale che giudica e di nascosto invidia la felicità altrui -,
si riflette forse lo stato emotivo dell’autore che scrive quest’opera
nell’estremo frangente della sua vita (Our
Souls at Night verrà pubblicato un anno dopo la morte) come un malinconico
ma in fondo non pessimista testamento d’artista. Nonostante tutto, infatti,
l’ultima battuta che corre tra Addie Moore a Luis Waters, i due amanti, è una
domanda confidenziale, rassicurante, quotidiana - “Fa freddo lì stasera,
tesoro?” - che rilancia virtualmente all’infinito un dialogo che si temeva compromesso.
Una domanda, quella rivolta da Addie a Luis, che costituisce anche l’ultima
riga del libro nonché il rilancio di una speranza ancora presente e attiva.
Kent Haruf
Ma
prima di questo sapiente epilogo in levare c’è tutta la delicatezza con cui lo
scrittore fa avvicinare la settantenne vedova Addie a un altrettanto anziano e
vedovo vicino di casa: la schietta e apparentemente sfrontata proposta di
venire a dormire da lei, nel suo letto, solo per stare vicini, per raccontarsi,
nel buio o alla tiepida luce di un’abat-jour, ritrovando la piacevole,
affettuosa intimità che avevano forse sperimentato in un epoca lontana e forse mai
con una simile forma di abbandono. E insieme a questa intimità giunge il
desiderio di fare cose semplici e buone che tornano ad avere un gusto perduto:
un paio di giorni nella natura assoluta, ad esempio, dove ascoltare il rumore
dell’acqua in una tenda accanto a un ruscello di montagna mentre la piccola cittadina
bigotta chiacchiera e sparla delle visite notturne di Luis, pigiama e
dentifricio infilati in un sacchetto di carta come un adolescente scappato
dalla finestra, e delle sue scorribande nel paradiso di un miracoloso amore
tardivo. Le nostre anime di notte
assume per un buon tratto questo carattere di idillio sospeso e minacciato,
custodito gelosamente e assediato dalla malevolenza, vissuto da due anime
incanutite cui non resta null’altro che donarsi a vicenda il donabile, nel
piacere, oltre ogni verosimile tornaconto, di risentirsi puramente vivi,
partecipi e testimoni della propria esistenza. Una condizione meravigliosa e
precaria, questa passione distillata dagli anni, che accusa una brutale battuta
di arresto quando il figlio di Addie Moore, Gene, minaccia la madre di privarla
di ogni contatto con l’adorato nipotino Jamie se non interrompe subito la vergognosa
relazione con il vicino. Il coraggio dell’anziana donna si stempera di fronte al
ricatto avanzato dalla sua stessa famiglia - e qui è di nuovo perfetta
l’intuizione di Haruf nel cogliere la fisiologica, improvvisa e remissiva
debolezza di un corpo invecchiato - così che i due amanti si allontanano, fino
a riaprire, però, nelle battute conclusive la partita interrotta.
Le loro voci al telefono, niente di più: al
momento tutto quello che resta. “Fin quando potremo. Finché dura.”
martedì 13 giugno 2017
LA MISURA DEGLI ANNI VINCE IL PREMIO DI POESIA TAPIRULAN PER SILLOGE INEDITA
La raccolta di poesie 'La misura degli anni' ha vinto la sezione per silloge inedita del Premio Tapirulan. La cerimonia di premiazione si è svolta a Cremona lo scorso sabato 10 giugno. Ringrazio tutti i membri della giuria, presieduta dal prof. Paolo Briganti, ordinario di letteratura italiana contemporanea presso l'Università di Parma, l'ospitalissimo staff dell'associazione Tapitulan, in particolare Lorena Montini e French, e Raffaele Sabatino per l'ottima prefazione al volume edito dalle Edizioni Tapirulan nella collana Impronte. Il libro sarà presto disponibile nelle consuete librerie online, sul sito dell'editore e in una catena di librerie fiduciarie nelle principali città italiane.
con il prof. Paolo Briganti dopo la cerimonia di premiazione
venerdì 19 maggio 2017
ROBERT GRAVES - ADDIO A TUTTO QUESTO - ADELPHI 2016
Robert
von Ranke Graves, uno dei grandi intellettuali eclettici - poeta, saggista e
scrittore - del secolo scorso, scrisse questa autobiografia a soli trentatré
anni, nel 1929, quando, ufficiale in congedo con una famiglia in frantumi e una
patria che non riesce più a sopportare, dice Goodbye to All That e inizia l’avventura dell’esule (germinata ben
prima, nell’animo), che trova il suo puerto
seguro nella natura ancora semivergine dell’isola di Maiorca, dove scrive e
soggiorna fino alla morte, avvenuta nel 1985. La parte iniziale del libro attinge
al periodo dell’infanzia e della primissima adolescenza, trascorse
prevalentemente a Wimbledon, cittadina in cui abitano il padre irlandese e la nobile
madre tedesca, e da cui il piccolo Graves si allontana per passare le vacanze
nell’antica casa padronale del nonno vicino a Monaco di Baviera, piena di
incanti e misteriose sorprese. E’ al termine di un inquieto pellegrinaggio tra
non poche scuole che approda alla Charterhouse, una tra le più prestigiose
istituzioni scolastiche private inglesi, dal clima dorato ed ipocrita, intriso
di sottaciuto classismo e infervorato da passioni omoerotiche che sono quasi la
norma. Ma la Storia incalza e l’intera generazione di Graves verrà decimata
dalla guerra imminente. L’allievo ufficiale che il comandante di compagnia
definisce “poco militaresco e rompiscatole” si arruola nel glorioso reggimento
dei Fucilieri del Galles, con il quale parte per la Francia settentrionale,
alla volta di una delle più impressionanti e sistematiche carneficine che la
storia abbia conosciuto. “Un terzo della mia generazione scolastica perse la
vita” tira le somme in un passo della narrazione.
Robert Graves in uniforme, 1915
Tutto l’orrore e l’assurdo, i
morenti, i cadaveri e il disordine delle trincee, con avanzamenti o
arretramenti di poche centinaia di metri che costano lo strazio di migliaia e
migliaia di giovani, è riportato dallo scrittore con una precisione
agghiacciante, laicamente pietosa, scandendo la cronaca di attese interminabili
e feroci battaglie combattute a Béthune, Loos, Annezin, Cambrin, Ipres e tante
altre località sulla linea del fronte, e scegliendo per raccontare uno sguardo
per nulla fazioso, che prende onestamente atto di una crudeltà e di una
condizione umana senza bandiera, per cui anche il mito dei tedeschi più crudeli
degli Alleati viene sfatato e la risibilità delle convinzioni religiose e
patriottiche emerge in tutta la sua desolante verità. Ogni motivazione
precipita nella mattanza in atto sul teatro di guerra e gli uomini si aggrappano
ai puri automatismi della sopravvivenza. Ci sono altri poeti, oltre a lui, in
quell’inferno, tra cui il caro amico Sigfried Sassoon, che da sopravvissuto, anni
dopo, esalterà il pacifismo e dovrà ricorrere, come molti reduci, a cure
psichiatriche per sopportare il ritorno continuo di troppi fantasmi. Specie durante
i brevi congedi il comandante Graves incontra molti grandi letterati e intellettuali
dell’epoca: Aldous Huxley, Lytton Strachey, Bertrand Russell, Wilfred Owen. Il
16 luglio 1916 è ferito gravemente dall’esplosione di uno shrapnel, e i genitori,
dopo l’avventata sentenza di un superiore che lo dichiara spacciato, ricevono
una lettera formale di condoglianze, morto
a seguito di ferite, cui seguirà sulle colonne del Times una divertita smentita del supposto decesso. Il redivivo
ufficiale, dopo quattro anni e mezzo in cui ha indossato ininterrottamente la
divisa, torna finalmente alla vita civile. Occorrerà molto tempo perché si
attenuino le sofferenze psicologiche e le ricorrenti allucinazioni. Intanto,
grazie all’interessamento di T.E. Lawrence, il mitico Lawrence d’Arabia, il
poeta trentunenne parte con la famiglia e insegna per alcuni mesi letteratura
inglese all’Università del Cairo. Ma le avventure accademiche di gusto
coloniale, così come l’apatico esotismo di quei luoghi pur fascinosi non fanno
per lui. Si licenzia e torna in patria a secco di soldi, con i figli ancora
piccoli e un matrimonio agli sgoccioli. Sono questi degli ultimi passi
dell’autobiografia di un trentenne che è già ricca di cose vissute come al
culmine di un percorso lunghissimo, con un nuovo capitolo che si sta per aprire
oltremanica e quello della vecchia Inghilterra lasciato per sempre alle spalle.
domenica 14 maggio 2017
CAROLE HILLEBRAND - ISLAM - EINAUDI 2016
In
questo sconcertante momento storico, con una buona parte del mondo messa a
soqquadro da conflitti di interessi armati per cui si inventano semplicistiche e
spesso false giustificazioni, mentre siamo costernati di fronte a violenze
incomprensibili e immensi dolori di esseri umani innocenti trucidati in nome di
una fede che in realtà, per chi la pratica a quel modo, non esiste, sgombrare
il campo da equivoci e mistificazioni è il primo passo verso una distensione e
una pace ancora lontane. I non musulmani sanno generalmente poco o pochissimo
dell’islam e della sua storia; mancano di nozioni fondamentali per capire cosa
significa, come si è sviluppata e ramificata l’espressione di questa fede
millenaria. Il saggio di Carole Hillebrand, professore di Storia islamica
presso l’Università di Edimburgo, studiosa letta e apprezzata anche in paesi
islamici, racconta con chiarezza e serietà storiografica, in modo agile e
piacevolmente accessibile, la grande avventura iniziata con la rivelazione del
Profeta Muhammad. L’Arabia preislamica, la vita e il messaggio del fondatore
dell’islam, il sacro Corano, i suoi temi principali e la sua lingua, il Credo
che oggi accomuna circa un miliardo e seicento milioni di uomini e donne, i
suoi cosiddetti cinque pilastri - la professione di fede, la preghiera,
l’elemosina, il digiuno e il pellegrinaggio -, quindi la legge e la sua
evoluzione nella giurisprudenza, la diversità dei diversi contesti, in primo
luogo quelli sunnita e sciita, e ancora il pensiero islamico e la sua crescita
nel mondo antico, medievale e moderno, le vertiginose speculazioni del sufismo
con i suoi celebri maestri e la nascita delle secolari confraternite,
l’approfondimento del tema scottante del jihad
maggiore, quello spirituale contro le proprie insane pulsioni egoistiche, e del
jihad minore, che consente di
imbracciare le armi a specifiche e determinate condizioni cui gruppi di
fanatici sedicenti islamici soprassiedono con efferata ignoranza, infine il
ruolo delle donne nello sviluppo delle società musulmane: tutto questo ci
consente di approfondire un libro ricco, importante, che giunge in un momento
così delicato e drammatico.
Mano a mano che ci addentriamo nell’esposizione
sintetica e oggettiva di Hillebrand molti pregiudizi e fraintendimenti che
ruotano attorno all’idea convenzionale di islam iniziano a dissiparsi e
assumiamo una prospettiva storica più corretta in cui inquadrare una religione
tanto discussa e temuta, specie da coloro che pretendono di giudicarne
l’impatto sulla base esclusiva di eco mediatiche che diffondono quasi solo
notizie di crimini e stragi. Rettificando l’opinione corrente, le sanguinose
vicende attuali del terrorismo internazionale ci appaiono sempre più
chiaramente come gravissime distorsioni di un messaggio che per la stragrande
maggioranza dei musulmani rimane quello di pace e tolleranza; l’orrenda pratica
della mutilazione genitale femminile, ancora in uso presso diversi popoli di
fede islamica, risulta, a un esame documentato, un’eredità di tradizioni locali
che non hanno nessun fondamento in prescrizioni coraniche. In modo analogo
altre idee comunemente assodate finiscono per essere riviste o interamente
smentite. L’uccisione di donne, vecchi, bambini e persone non belligeranti è
assolutamente interdetta in tutti i maggiori trattati riguardanti il jihad; i musulmani nativi e residenti
nelle regioni arabiche sono il 5% dei musulmani nel mondo ancorché si pensi
prevalentemente a quei luoghi e ai loro abitanti per identificare i portatori
dell’islam autentico; il tanto dibattuto velo che copre il capelli di molte
donne musulmane, lontano dall’essere imposto, è spesso percepito da loro stesse
come espressione di libertà e consapevole scelta religiosa; movimenti
femministi e riformisti tendono sempre più a rafforzarsi nonostante l’attiva
presenza di correnti retrive e tradizionaliste. A discapito di coloro che
vorrebbero passare per buona l’immagine monolitica di un islam immutabile e
primitivo moltitudini di tranquilli e devoti praticanti scelgono la via della
flessibilità e della tolleranza nei mutevoli contesti sociali. Un’enorme
distanza, insomma, corre tra le cattive suggestioni dei teatrini televisivi e
dei proclami mediatici e una conoscenza più meditata e argomentata, che anche
queste pagine aiutano ad acquisire.
sabato 15 aprile 2017
GOFFREDO PARISE - GLI AMERICANI A VICENZA - ADELPHI 2016
La storica introduzione di Cesare Garboli a questo volume di racconti di Goffredo Parise è quanto di più raffinato e sapiente si possa chiedere all’esercizio critico. Allargando lo spettro di indagine all'intera parabola umana e creativa dello scrittore vicentino, Garboli spende parole incantevoli sul primo periodo, magico e surrealista, del Ragazzo morto e le comete, caratterizzato da una “rapidità fantastica” e una “velocità distratta” che fanno pensare ai possibili esiti di certe opere di Antonio Delfini; considera con altrettanto ispirato acume la fase in cui il talento visionario assume toni più asciutti e realistici, per approdare finalmente a quell’opera notevolissima e così distante dagli esordi dei Sillabari, dove un autore temprato e ferito da una vita spesa senza riserve giunge a una forma di artistica "perfezione seriale, volutamente meccanica". Questa raccolta, in particolare, si consolida attorno al racconto Gli
americani aVicenza, che uscì per la prima volta insieme ad altre narrazioni brevi nel 1987, poco dopo la morte di Parise. Il suo fulcro ideale è quindi l’affresco degli eventi marginali e bizzarri che si moltiplicano dopo l’arrivo degli americani a Vicenza. Un’aria di provincia nostalgica, punteggiata di ricordi e quadri di epoche andate, colorata dei più strampalati casi umani che la rendono teatralmente surreale, si respira in tutto il libro.
Goffredo Parise in un'immagine giovanile
L’incontro con una vecchia che mostra l’immagine del figlio morto in guerra e intanto ripercorre il suo lontano passato (La vecchia vicino ai morti);
la pedofilia del viscido don Claudio raccontata da uno dei suoi prediletti giovani scolari (L’aceto sulle ferite); la straziante vicenda di Adelina, rinchiusa e forse maltrattata in un convento di clausura (L’orfana);la povertà della fanciullezza rievocata attraverso la visita a certi bisognosi congiunti (I parenti poveri); la visione infantile di un enorme cetaceo trasportato su un camion e messo in mostra ingiro per l’Europa (La balena Jonas); o ancora le voyeuristiche avventure di un bambino nel baule del libertino zio Gennaro, scrigno di piaceri proibiti tra cui spunta una donna nera, immersa in un enorme calice di champagne, realmente incontrata anni dopo in un cinema della periferia milanese (Josephine). È tutto un diorama di bozzetti, questa stralunata e irresistibile provincia italiana, avvicinabile a certe immagini caricaturali e sognanti fiorite dal genio felliniano; ma è anche un imprevisto regalo, questo libro opportunamente ripubblicato da Adelphi. Altri esempi delle umanissime storie registrate dallo scrittore verso la fine anni Cinquanta sono quella dello scolaro dal nome tedesco,Blumenfeld, attorno a cui vertono sospetti di ebraismo, e che accende in chi lo ricorda la consapevolezza tardiva di una società malvagia che insegna il pregiudizio per armarsi contro chi teme superiore (Un compagno di scuola), o quella che illumina il triste destino di una povera venditrice di scherzi d’infanzia soccorsa dal locale comitato di beneficenza, il quale però, constatando che gli aiuti finiscono in sperperi, lascia che la sventurata ritorni alla sua vita di bevitrice errabonda (Cleofe). Solo gli ultimi due racconti fanno eccezione, presagendo, parrebbe, qualcosa dei Sillabari: due parabole sulle meraviglie e soprattutto leassurdità del vivere insieme, dove una giovane sposa viene colta dall’isterica voglia di salire in groppa al condiscendente marito (La moglie a cavallo), e un uomo,nel racconto Laparola, dopo una lunga e concordata separazione decide di tornare a far visita alla titubante consorte. "In fondo l’amore non è altro che uno stato perenne di dipendenza, molto simile sotto certi aspetti a quello che si crea tra un padrone e un dipendente. Se non ché, a differenza del padrone e del dipendente, in cui le parti sono precise e antitetiche, in amore e nel matrimonio ognuno dei due partner è padrone e anche dipendente. Con varie oscillazioni di potere che si annullano quanto più i due si amano», Note sapienti,nutrite di meditata disillusione, che
lasciano ormai trasparire una vena diversa, concentrata sui dilemmi più amari del vivere.
sabato 11 marzo 2017
PHILIP ROTH - LE NEMESI - EINAUDI 2016
Cosa hanno fatto i
protagonisti di questi quattro romanzi di Philip Roth raccolti sotto il titolo
del più recente, Nemesi, per meritare
quello che hanno avuto in sorte? Quali colpe manifeste o segrete o atti tanto
ignominiosi per veder crollare le loro vite sotto i colpi di un destino
impietoso? Questa è la domanda esistenziale e metafisica sottesa alle
straordinarie prove narrative di quello che è probabilmente il più grande
scrittore contemporaneo, erede e interprete della più alta tradizione realistica
della letteratura al di là e al di qua dell’Atlantico. Il cardiopatico eroe di Everyman, brillante pubblicitario in
pensione afflitto da problemi di salute che lo angustiano fino a perdere la
vita sotto i ferri dell’ennesima operazione, è un uomo dalla moralità per molti
versi discutibile che abbandona prole e una moglie fedele per accondiscendere a
rinnovati e possenti desideri erotici; che a cinquant’anni scopre una libertà
convenzionalmente riprovevole, e che comunque non merita la solitudine in cui
si vede costretto a passare gli ultimi anni, evitato e disprezzato dai figli e
praticamente solo a combattere contro la propria decrepitezza e ad assistere a
quella che affligge il proprio scarno entourage di coetanei. Marcus Messner,
protagonista di Indignazione, è un ragazzo
di grande talento, lucido e onesto, che per sfuggire a un padre paranoicamente
soffocante va a studiare in un college lontano da casa, dove la sua
brillantezza è invischiata in una rete di ipocrisie cui strenuamente cerca di
opporsi. Vittima di malignità e rancoroso perbenismo, nonostante la sua
eccellenza verrà spedito in Corea, teatro di guerra in cui subirà una ferita
mortale; e proprio nell’agonia delirante, imbottito di morfina, percorre a
ritroso la sua amarissima storia.
Philip Roth in un'immagine piuttosto recente
E’ ancora un impossibile riscatto attraverso
la violenta immersione nell’eros che tenta il celebre attore in crisi di L’umiliazione, Simon Axler, avviando una
relazione con la giovane lesbica Pegeen: vicissitudine di giochi perversi e
ambigue attrazioni che si risolverà con un brutale, umiliante abbandono da parte
di lei. Ma l’esemplarità dell’ingiustizia terrena e delle sue discutibili
ritorsioni raggiunge l’apice nell’ultimo romanzo della raccolta, Nemesi appunto, dove un ventitreenne
dinamico e generoso istruttore di ginnastica, Mr. Cantor, viene coinvolto nella
terribile ondata di poliomielite che semina vittime tra i bambini di Newark.
Malgrado anch’egli finisca per contrarla, rimanendo seriamente handicappato, il
senso di colpa per non aver fatto abbastanza in soccorso dei suoi cari
adolescenti unito all’infondato sospetto di essere stato lui stesso la fonte di
molti contagi lo accompagneranno per tutta la vita e ne faranno una specie di
Giobbe moderno che impreca insieme al cielo e a sé stesso. E’ qui, in quest’opera,
che l’interrogazione sul senso dell’esistere si fa esplicita come forse mai
prima in Roth, sfociando in un’accusa pesante rivolta al Creatore. Un Dio
malvagio, grida Mr. Cantor, che saccheggia vite innocenti e permette la guerra,
oppure - nelle parole del testimone, altro reduce della polio che ci racconta
la storia - che si vanifica in pura illusione e lascia libero il campo alla
semplice e indifferente azione del caso. “A volti si è fortunati e a volte non
lo si è. Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, il
caso - la tirannia della contingenza - è
tutto. E’ al caso che ritengo Mr. Cantor si riferisse quando vituperava quel
che lui chiamava Dio.” Prospettiva assolutamente laica e priva di residue
speranze quella della letteratura di Roth.
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