domenica 25 agosto 2013
sabato 13 luglio 2013
TIMUR VERMES - LUI E' TORNATO
Adolf Hitler non è mai
morto suicida nel suo bunker. Si è soltanto addormentato, per più di mezzo
secolo, e si risveglia in un tranquillo pomeriggio del 30 agosto 2011, a
Berlino. Questa la premessa di un romanzo che ha saputo sfruttare fino alle estreme conseguenze il paradosso della vita postuma del
Terzo Reich. L’ironia e le battute esilaranti abbondano nel corso di una
narrazione che si distingue per prosa limpida e dialoghi nutriti di doppi sensi,
in cui le persone che circondano il vecchio e nuovo Führer mostrano un atteggiamento
di scherno insieme a un velato sentimento di rispetto. La delirante
cocciutaggine del signor Hitler alle prese con un paese percepito come
stravolto e decaduto ne fa un buffone che tuttavia riesce a conquistarsi
un’istintiva simpatia e un certo seguito, quasi che il suo autoritarismo, benché
stralunato e delirante, custodisca in sé un potere magnetico, un misterioso
fluido che ne rende la follia appetibile. Comici e giullari, sembra ammonire questa
parabola surreale costellata di riferimenti alla contemporaneità, sfuggiti dai
palcoscenici ed entrati con dispotica veemenza nella storia, non sono innocui
come si potrebbe credere, e proprio il giocare sul crinale dell’ambiguità tra
serio e faceto, grasse barzellette e invettive puntuali, li rende temibili
strumenti di un potere occulto, che indora il piatto preferito per meglio
sedurre la platea. Non si tratta di allargare la censura nei territori della
satira, ma di distinguere ambiti e non lasciare che sotto la campana della
libertà di pensiero si disinneschi il pericoloso arbitrio, mai inoffensivo, del
volgare. Che la forma non sia sostanza è uno dei più disastrosi equivoci della
vita sociale, la premessa alla sparizione di ogni ruolo meritato in un’arena
dominata da pagliacceschi tribuni della plebe. Questo Hitler che passeggia per
Berlino in tenuta militare, senza casa e documenti, rivendicando ad ogni
occasione le sue prerogative e la sua vera identità è il mostruoso giullare di
un circo che somigliare alla realtà. L’isterico Adolf finisce per diventare la
star di un programma comico televisivo, e dopo le prime battagliere
intolleranze dei media antagonisti e degli scandalizzati rappresentanti di
istituzioni democratiche, viene accettato come un fenomeno che grazie a una
caricatura tanto perfetta protegge la società dalle orrende derive che lui
stesso incarna. Un’ambiguità, certo, che Timur Vermes lascia aperta, senza
delineare una vera e propria fine della storia del Führer redivivo ma
fermandosi al punto in cui il comico di perfetta scuola Stanislavskij viene corteggiato
da un vasto gruppo di editori e movimenti politici, ghiotti della sua crescente
popolarità. Lui è tornato è un
romanzo spassoso e intelligente che racconta, in fondo, come la mediocrità
doverosamente caricata di lustrini ed echeggiata dai suoi troppi media possa
ridurci a servi imbambolati di malefiche illusioni.
Timur Vermes
giovedì 4 luglio 2013
FRANCESCA CAMINOLI - C'ERANO ANCHE I CANI
Parole
schiette, che mirano al concreto del racconto; frasi brevi, limpide, e dialoghi
smussati a comporre una prosa dall’equilibrio classico, che ricorda una volta
di più come l’originalità e la forza rappresentativa non abbiano a che fare con
l’innovazione ricercata o i rovelli della moda letteraria. E a ciò si aggiunga tutta
la peculiare sensibilità femminile, che si sente in quella delicatezza
temperata da un carattere deciso ma diffusa ovunque, a completare il quadro
della scrittrice alla sua quinta opera narrativa. Si tratta qui di sei racconti,
pubblicati come tutti i suoi libri dalla Jaca Book, in cui Francesca Caminoli
torna agli anni Settanta di un’adolescenza e una gioventù universitaria
accompagnate dalle poetiche figure di sei cani, Divo, Baldo, Paco, Ciclone,
Grigia, Bella e Pongo, che brillano per simpatia e imprevedibile vivacità,
disinnescando a volte i momenti risolutivi dell’azione. Erano anni di
rivoluzione dei costumi, passioni ideologiche e infervorate battaglie sociali,
che fanno da costante sottofondo alla trama quando i protagonisti sono bambini
e bambine che architettano le loro innocue monellerie durante le vacanze in
campagna o in quella Milano dove l’autrice ha trascorso da giornalista molti
anni, ma che diventano l’assoluto primo piano, specie nei racconti finali della
raccolta, quando i bambini sono ormai cresciuti e si ritrovano impegnati nelle
manifestazioni studentesche e negli scontri di piazza. Confluiti come per un passaggio
naturale nei grandi movimenti che aspirano a una giustizia rivoluzionaria, i giovanissimi emulatori degli hippies si trasformano in compagni di
lotta, tra le cui fila non mancano i figli capricciosi della borghesia più
agiata. Tutto un mondo,
insomma, dall’impegno sacrosanto e dalle reali motivazioni molto più incerte,
raccontato con nessuna enfasi, da un punto discreto, veridico, in compagnia
degli amabili onesti a quattro zampe, che sanno, almeno loro, essere quello che
mostrano e impongono una concretezza umile anche alla più bellicosa specie di
idealista. Contribuisce al fascino e alla singolarità di questi sei racconti
leggeri ma non troppo la prospettiva in apparenza marginale da cui vengono
osservati i convulsi fatti della storia: angoli e spezzoni di vita quotidiana
di una ventenne praticante giornalista - quella Maria dall’evidente sostanza
autobiografica -, che pur ben salda nei suoi principi conduce una vita
tutt’altro che fanatica e si ritrova spettatrice in pieno campo del fanatismo altrui
e della spropositata, sanguinaria repressione. Il racconto forse più rappresentativo
e complesso, Bella e i morti di aprile,
illumina i fatti milanesi occorsi in quel tragico mese del 1975, quando le
opposizioni dei diversi fronti tracimarono nelle morti del ventottenne
Giannino Zibecchi, travolto in Corso XXII marzo da un camion dei carabinieri, e
del diciassettenne Claudio Varalli, ucciso dalla pistola di un militante di
Avanguardia Nazionale in piazza Cavour. Maria, testimone oculare del giovane
corpo dilaniato di Zibecchi, torna nel suo appartamentino e continua a piangere
ballando sulle note di Marvin Gaye, presto raggiunta dalla dolcissima meticcia
Bella e dal suo padrone Antonio, che inizia, furtivamente, insieme a certi suoi
compagni, a parlare d’armi e di obiettivi da colpire. Lei, la ragazza/autrice,
non esiterà a cacciarlo e a tenersi in cambio quell’irresistibile ammasso
ispido di pelo beige che sarebbe divenuta per tre anni la sua fedele compagna.
Francesca Caminoli
giovedì 6 giugno 2013
PHILIP ROTH - I FATTI
Dopo
quella lettera scritta da Philip Roth al suo più celebre eteronimo romanzesco,
Nathan Zuckerman, posta in apertura a I Fatti,
si sarebbe tentati di credere fedele l’autobiografia che segue. Al termine di
una prima lunga fase creativa che lo conduce alla piena affermazione letteraria,
lo scrittore ebreo americano, afflitto da un esaurimento nervoso, si dichiara
stanco dell’intreccio di realtà e immaginazione all’origine di tutte le sue
opere, affermando, in un tentativo di ricapitolazione forse terapeutica, di
voler tornare e limitarsi alla fonte primaria dell’ispirazione: la vita quale
essa è: the facts, appunto. Tra
questi, in primo luogo, un’infanzia rievocata per ambienti e figure esemplari, con
le immagini di uno sthetl, il
villaggio est-europeo della diaspora ebraica, ricreato in sintesi a Weequahic,
il quartiere della cittadina di Newark in cui Philip Roth nacque nel 1933. Il
riparo familiare è incarnato da un padre modesto e laborioso, la cui carriera è
condizionata dall’appartenenza etnica prima ancora che dal livello di
istruzione, e da una madre esemplarmente premurosa, accanto ai quali ruotano
tutta una serie di figure mitiche tra cui l’idiota Leroy o il sarto Shapiro. Oltre
la siepe domestica si muove il mondo allettante e minaccioso dei gentili, dove
il giovane ebreo assiste a cruenti episodi di antisemitico che non riescono
comunque a compromettere la ferma volontà di costruirsi una vita nell’alveo di
quell’unica nazione democratica cui si sente legato “indipendentemente
dall’ingiusto pregiudizio dei cosiddetti migliori e dal violento odio di alcuni
dei peggiori”. L’eterno rovello ebraico, tra aneliti a un’impossibile
appartenenza all’altro da sé, rifugi nell’identità tradizionale e totale
disincanto - da cui un’ironia dissacratoria unita a soccorrevoli sensi di colpa
- segna anche il cammino sentimentale di Roth, sconclusionata gincana tra
universi femminili molto differenti. Le passioni dello scrittore spaziano dalla
classica figlia emancipata della buona borghesia di matrice anglosassone alla
tormentata vittima di un padre alcolista, Josie, che lo trascina in una spirale
di intollerabili molestie e inspiegabile remissività, fino all’accettazione di
un matrimonio le cui devastanti conseguenze hanno fine solo con la morte della
donna in un incidente stradale; e la vita di Josie, reinventata nella parziale
finzione romanzesca, fornirà ampio materiale alla stesura di Quando Lucy era buona. Ma è proprio al
cuore di questo processo di trasfusione della vita nell’opera e soprattutto alla
pretesa di tracciare un discrimine rasserenante tra le due che Roth stocca il
colpo finale: un colpo inferto da sé contro sé stesso, svelando le ipocrisie
intrinseche alla pretesa di oggettività. A prendere parola, nella lettera
conclusiva, che suona come un controcanto, è Nathan Zuckerman, destinatario
della missiva iniziale nonché alter ego dell’autore in un intero ciclo di
romanzi, che accusa l’indulgenza con cui il suo padre letterario tratta quella
che ci viene ipocritamente comminata come l’autentica versione delle cose.
L’unica, complessa verità possibile, ammonisce Zuckerman, sono io, quell’invenzione
in cui la dose di vissuto non può essere determinata in base al criterio di una
risibile fedeltà. Il campione positivo o la vittima modello in cui si trasforma
il Roth autobiografico sono perspicaci favole, e anche la cattiva moglie Josie
è oggetto di riesame sotto una lente capace di variare prospettive e punti di
vista. “Nella fiction puoi essere molto più
sincero senza doverti continuamente preoccupare di fare del male a qualcuno”
tuona l’inquieto eroe dei grandi romanzi. “Il
tuo compito è sempre stato quello di intrecciare i fatti con l’immaginazione, ma qui tu non li intrecci, li separi,
togli la pelle alla tua immaginazione, disimmagini il lavoro di una vita.” E il gioco degli specchi,
dentro e fuori la creazione letteraria, ancora una volta non ha fine.
Philip Roth in un'immagine giovanile
la recensione pubblicata su Il Cittadino :
http://www.ilcittadino.it/p/notizie/speciale/2013/06/06/ABc1J8cC-giochi_ultimo_specchi_finzione.html
la recensione pubblicata su Il Cittadino :
http://www.ilcittadino.it/p/notizie/speciale/2013/06/06/ABc1J8cC-giochi_ultimo_specchi_finzione.html
martedì 21 maggio 2013
FRANCO ARMINIO - VIAGGIO NEL CRATERE
Viaggio
nel cratere è
un libro di sguardi inebrianti e amare conclusioni, desolante reportage tra i
paesi sonnolenti dell’Irpinia e diario di passione civile che rintraccia nel
microcosmo provinciale i segni e i mali del degrado planetario. Lo scivolare da
una cosa all’altra, il mescolare a una minima cronaca interiore la cronaca del
mutamento storico di un mondo è ciò che più colpisce nella scrittura di Franco
Arminio. Scrittura piana, come un dimesso ruminio di chi si limita a descrivere
senza tradire ciò che vede, ma che ogni tanto, all’improvviso, è punto da un
rigurgito, una vena ansiosa di poesia, versi sparpagliati nella prosa, un’accensione
idilliaca o un pianto triste sulla pochezza delle cose umane. Arminio procede tra
le rovine di un paesaggio devastato e splendido, sotto un cielo il cui nitore è
ferito da un’aria vuota di futuro. I moltissimi paesi in cui passeggia lo
scrutatore solitario sono oasi raggiunte dal deserto, case spopolate da
decennali emigrazioni, un tessuto di cemento e pietre dove sopravvivono
fantasmi, ricordi di altro tempo, altre genti, e abitatori che riciclano la
noia in un tirare innanzi quotidiano, ritratti di un documentario senza
consolazione. Il piano di ricostruzione seguito al terremoto del 1980 ha
convogliato verso i piccoli centri irpini centinaia di miliardi male impiegati,
con il solito proliferare di cattive abitazioni; ha innescato una
corsa all’accaparramento di fondi che se da un lato ha rimpinguato imprese
edili poi scoppiate come palloncini al vento, dall’altro ha contribuito allo
sfaldamento della solidarietà sociale, creando le condizioni di un benessere inscindibile
dalla sua maledizione di solitudine. Ciò che nelle metropoli è dissimulato dal
frastuono e dalle luci fatue del consumo universale, in un piccolo paese emerge
nitido su una cartina tornasole. Il paese è un campione, un assaggio esemplare
della rassegnata deriva contemporanea. “Tutto ciò che vuole essere avventato,
audace, è confinato negli spazi della fiction. Nella vita reale la piccola
borghesia che infesta il pianeta è avvinta da un’esistenza di divagazioni
metafisiche e senza avventure”. Sorprende, nelle pagine che vanno sotto il
titolo di “Postille di paesologia”, l’accostamento della politica alla natura
dialettale, della logica retriva che abitava le piccole comunità a quella che
pretende ora di abitare il mondo. “Cos’è la politica nazionale e internazionale
se non un trasferimento su scala internazionale delle beghe di paese? La politica ormai ha una sua natura intimamente
dialettale, perciò non si possono capire il dialetto islamico e quello
occidentale, un po’ come il dialetto irpino e quello veneto. Il dialetto si
estingue su scala locale, ma si trasferisce su scala internazionale”. Il solo
ottimismo cui lascia spazio l’indagine di Armnio sembra essere quello dell’intelligenza
delle cose, di per sé un valore inestimabile, una riuscita personale anche di
fronte a un ubiquo fallimento.
Franco Arminio
mercoledì 8 maggio 2013
EDUARD LIMONOV - IL LIBRO DELL'ACQUA
E’
raro imbattersi in un quadro più attendibile e inquietante della Russia
postsovietica. Quello di un potere centrale che tiene a fatica le briglie di
ottantanove regioni attraversate in gran parte da movimenti indipendentisti
combattenti. Un mondo di guerriglieri, mercenari, capibanda, fondamentalisti,
armate regolari, servizi segreti, trafficanti e un coacervo di etnie
spaventoso. In mezzo vi scorrazza Eduard Limonov, fondatore e presidente del
Partito nazionalbolscevico, una formazione sorta nel ‘93 che raccoglie
malcontento e naziskin, frange estreme di destra e di sinistra in un iconoclasta
credo post-ideologico. Amante del mitra e della penna, questo provocatore
mediatico che ostenta machismo e pedofilia ha ormai al suo attivo una
quindicina di libri, racconti e romanzi nei quali il protagonista è ogni volta
lui stesso. Un processo di instancabile autofiction in cui il suo narcisismo
ipertrofico si espande con una scrittura colma di aneddoti e incurante di moine
stilistiche. Una specie di fluviale reportage a puntate in cui lo scrittore
guerriero racconta una vita che avventurosa è dire poco. Per il suo ultimo
libro, scritto nel 2002 nel carcere di Lefortovo dove sconta una pena per
sospetta attività terroristica e traffico d’armi, Limonov inventa una struttura
che permette di entrare e uscire dal racconto liberamente, aprendo, se si vuole,
le pagine a caso. Episodi che coprono circa un trentennio di vita, dagli anni
‘60 ai ’90, sono associati a mari, fiumi, laghi, stagni e qualsiasi bacino
idrico capace di sollecitare un ricordo significativo. L’ordine cronologico e
quello dei luoghi è sovvertito come in un mosaico che il lettore ricompone a
piacimento viaggiando tra gli Stati Uniti e la Francia , l’Italia, i
Balcani, l’Inghilterra e il caleidoscopico affresco delle Repubbliche della ex
Unione Sovietica. Capita di sorprendere l’autore a New York mentre lavora come
maggiordomo in casa di un milionario americano dove consuma esagitate storie di
letto tra una piccola e culona pianista russa, una star tettona del cinema
polacco e la sua ex moglie. Le donne, come la guerra e i pericoli, sono onnipresenti
e potrebbero essere accanto all’acqua l’altra chiave d’accesso ai ricordi. Le
gesta amatorie del libertino scrittore tanto dongiovanni quanto cornuto
compongono un elenco di sconcertante ricchezza. La relazione con la sedicenne
Naskja che porta a spasso per Mosca fingendo di esserne il padre è la punta più
scandalosa di questa abbuffata di sesso sregolato. Ma in Limonov tutto è
scandalo e provocazione. L’anarchismo ribelle di questo cultore del rischio
giunge fino agli avamposti remoti della Siberia e dell Tagikistan, dove è
scortato dai suoi fanatici nazionalbolscevichi e incalzato dai servizi segreti.
Prende accordi con signori della guerra locali, intesse doppie relazioni con
colonnelli d’armata inviati dalla capitale per sedare le rivolte, rilascia
tumultuose interviste, inscena eventi promozionali di un partito che cerca
adepti tra gli insoddisfatti di ogni origine e risma. Ma sa anche rievocare con
delicatezza le innumerevoli passeggiate lungo la Senna , accanto alla quale ha
vissuto ben quattordici anni, i pomeriggi di sole cittadino tra parigine in
topless, arabi guardoni dai ponti e una piccola folla di artisti che frequenta
in compagnia della moglie Natasa. Gli arresti a raffica che si abbattono su
amici e membri del Partito nazionalbolscevico, all’ombra di granate e
kalashnikov, convivono con descrizioni idilliache della natura selvaggia delle
plaghe russe dove si mischiano “l’odore della carne e del grasso di montone,
del pane al forno, del sudore dei soldati, dell’olio delle macchine e delle
armi e un intenso profumo di fiori”. Un carnevale ubriacante di bellezza
barbara e assolutamente
attuale.
Eduard Limonov
lunedì 25 marzo 2013
ROMAIN GARY - EDUCAZIONE EUROPEA
Boscaglie
della Polonia occupata dai nazisti, dove soltanto la cortina del gelo invernale
protegge tenaci gruppi di resistenti mentre sul Volga infuria la battaglia di
Stalingrado. Il quattordicenne Janek è rinserrato in una buca dove gli fa
visita il padre, il dottor Twardowski. Nella cittadina di Sucharki uccidono un
ufficiale tedesco e per rappresaglia venti donne vengono prelevate dalle loro
case e segregate in una villa in cui subiscono i sistematici abusi dei soldati.
Il dottor Twardowski, in un disperato tentativo di liberarle - nel gruppo c’è
anche sua moglie - rimane ucciso. Non vedendolo più tornare al nascondiglio,
Janek esce allo scoperto e spingendosi all’interno del bosco innevato incontra
un gruppo di partigiani che lo accolgono come il più giovane militante della
compagnia. Inizia così l’apprendistato del protagonista del romanzo che Romain
Gary, due volte Premio Goucourt e morto suicida nel 1980, scrisse quando era
aviatore delle forze alleate. Attorno alla nuova recluta si muove un piccolo
universo di personaggi eccentrici, scoperti nella loro disperata umanità dalla
lingua asciutta e incisiva di Gary, tesa tra sprazzi di calda partecipazione e
nuda cronaca di guerra. Un contadino greco ortodosso che si dà forza
immaginando di combattere tra i primi perseguitati cristiani, un parrucchiere a
cui hanno violentato due figlie che si esalta mutilando i corpi dei nemici, un
enorme macellaio russo, e sopra tutti gli altri il mitico partigiano Nadeja,
introvabile spirito dei boschi, che compie azioni memorabili eclissandosi poi
nel nulla e in cui Janek sogna di scoprire un giorno la persona del padre
scomparso. Zosia, una ragazza che si prostituisce per carpire informazioni ai
tedeschi, diventa la prima amante di Janek e per lui decide di cambiare vita.
Augustus Schroder, suonatore di pianoforte e capitano tedesco atipico, si
considera l’ultimo rappresentante autentico della sua razza e costruisce
giocattoli musicali, uno dei quali terrà in mano negli ultimi attimi di vita dopo
essere stato colpito da una pallottola partigiana. La pietà di Romain Gary, e
di Janek Twardowski, non si rivolge soltanto ai compagni di lotta, ma si
estende anche agli occupanti nazisti, apportando al romanzo la nota più
originale. Anche le meditazioni sul senso della resistenza e dell’impegno, che
si infittiscono dopo l’incontro di Janek con lo studente partigiano Adam
Dobranski, non sono quelle di un militante ideologicamente schierato, ma di un
uomo torturato dall’assurdità del male e delle sue effimere bandiere. I grandi
ideali di libertà e giustizia che sorreggono gli indeboliti combattenti
rifugiati nella boscaglia appaiono a tratti come un antidoto alla depressione e
hanno il valore compensatorio di un presente amaro piuttosto che la fondatezza
di un progetto a lungo termine. Le grandi ambizioni che animano la lotta hanno
da una parte il carattere pretestuoso dello spirito romantico, dall’altra una
forza semplice e buona che preserva la dignità umana. E’ nel cuore di questa
contraddizione che si consuma la fase più sofferta dell’educazione europea di
Janek. Lo studente Dobranski, cercando di consolare il giovane partigiano che
per portare a termine un’azione coraggiosa è costretto a giustiziare un inerme
soldato tedesco, si trova a fare di conti con una risposta che denuncia
l’insensatezza di ogni crudeltà, anche di quella compiuta in circostanze che storicamente
sembrano legittimarla. “Alla fine” conclude Janek tra lacrime di rabbia, “quel
che ti insegna tutta questa famosa educazione europea è come trovare il
coraggio e delle buone ragioni, valide e convenienti, per ammazzare un uomo che
non ti ha fatto nulla e che se ne sta seduto sul ghiaccio con i pattini e a
testa china, aspettando la fine."
Romain Gary
http://it.wikipedia.org/wiki/Romain_Gary
http://it.wikipedia.org/wiki/Romain_Gary
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