VINCENZO MARIA OREGGIA

BIOGRAFIA, LIBRI, RECENSIONI, INCONTRI, REPORTAGE

giovedì 13 dicembre 2018

GIORGIO MANGANELLI - VIAGGIO IN AFRICA - ADELPHI 2018


È a Giorgio Manganelli che si indirizza nel 1970 una multinazionale interessata a costruire una linea ferroviaria capace di unire Il Cairo a Dar es Salaam, chiedendogli di prendere parte a una spedizione e stendere una relazione sui luoghi attraversati dalla mai realizzata Transafricana1. Ne nasce un resoconto di viaggio che è l’immersione in un universo altro rispetto ai canoni europei, terra in cui Manganelli si muove con virtù rabdomantica. Un tessuto fitto, la sua prosa, lontana dal limitarsi a una relazione tecnica o un diario narrativo. Lo straordinario reporter specula, spinge all’estremo l’intuizione etnografica e poetica, la prodigiosa congerie di riflessioni sollecitate da luoghi che permangono in una condizione dove la storia, così come intesa in Occidente, è assente.

Giorgio Manganelli

“Se la storia è edificio e scrittura, qui la storia non è mai cominciata.” Sono paesaggi scabri, pietrosi, minimamente verdi lungo il corso del Nilo: un infinito “grande angolare” che rimanda a un’arcaicità in cui l’uomo non conosce l’idea di futuro o progettazione, e l’isolamento e la vita faticosa sono la tragica norma. L’Africa di Manganelli, dominata dall’idea di fondo - eletta in modo talora fin troppo assolutistico ad assioma - di un immobile primitivismo, è luogo primigenio, “ignaro di date”, dove a imperare sono “non colossei, ma leoni, non torri ma svettanti giraffe, non acropoli ma crateri affollati di belve.” Una prospettiva radicale, che comunque consente di attingere a verità restituite con grande intensità espressiva. “La strada è mentale, la pista fisiologica” medita Manganelli sorvolando le maglie dei percorsi transitabili che incidono un “continente di tenebre compatte”. Tre sono gli Stati in cui si snoda la sua perlustrazione: il Kenya liberista, la Tanzania socialista e l’Etiopia, fondata su una arcaica ideologia agraria e imperiale, “singolarmente arretrata al livello del potere e del tutto discontinua a livello popolare”. Nel corso di un “viaggio veloce in mezzo ad oggetti infinitamente lenti”, dove l’europeo diventa una “provocazione motorizzata”, appaiono come mostruose deformità i conglomerati urbani: Nairobi, innanzitutto, “città impetuosamente, anche sinistramente, d’avanguardia”, e Addis Abeba, capitale di un’Etiopia affetta da un isolazionismo drammatico, una zona in cui possono svilupparsi civiltà contigue e lontane, percorsa da “fantasiosi e nevrotici brividi di storia”. Quando l’affaticato scrittore, prima di tornare in Italia, decide di fare una puntata ad Atene, vede nel Partenone “la supponenza geometrica della macchina architettonica”: qualcosa, scriverà più tardi, che gli è improvvisamente chiaro proprio perché è di ritorno “dall’Africa magmatica, informale, deforme, il grande corpo planetario che essuda forme, coaguli di immagini, carmina e amuleti: una terra in cui l’uomo, essere labile e spaventato, ininterrottamente tratta la propria sopravvivenza con l’indifferenza del mondo…”         

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