VINCENZO MARIA OREGGIA

BIOGRAFIA, LIBRI, RECENSIONI, INCONTRI, REPORTAGE

domenica 8 aprile 2012

CARLO EMILIO GADDA - ACCOPPIAMENTI GIUDIZIOSI



Scritti tra il 1924 e il 1958, questi racconti del gran signore delle lettere lombardo sono in parte frammenti dei romanzi La meccanica e La cognizione del dolore. Sofisticati e gustosissimi capolavori della letteratura novecentesca, danno avvio a una nuova riedizione adelphiana di tutte le opere dello scrittore. La ricchezza della prosa gaddiana è un magnifico strumento di precisione con cui viene passata in rassegna una vasta antologia di risibili e superbi campioni umani. Uomini e donne che caratterizzano i tempi attorno alla prima guerra mondiale: lombardi borghesi o popolani, provinciali o esponenti del bel mondo milanese. La scienza letteraria di un maestro che nel suo secolo accettava di essere accostato soltanto a Céline, dispone sul tavolo anatomico le sue adorabili vittime e smonta con implacabile riguardo i mistificanti orpelli del genere umano. Le donne, ad esempio, nell’inchiostro dell’ingegnere, rilucono di magnifica bellezza e cattiveria, trasformandosi in creature di infinita ambivalenza, scoperte con finissima intuizione in gusti, idiosincrasie, e in quel loro sfarfallante bovarismo. Ecco, un lunedì 5 ottobre del 1015, affacciarsi al balcone la svenevole Zoraide, importunata da un guittesco cugino di passaggio, civettuola e indisponente fino alla scoperta di certi peccatucci che l’obbligano a smontare da uno scivoloso palcoscenico; ecco la Jole, domestica dei conti Brocchi, il cui petto, dove stringe l’adorato cagnolino dei padroni, fa girar la testa ai rampolli delle squisite famiglie meneghine; ecco ancora la contessa Brocchi, pellegrina all’altare di San Giorgio affinché protegga da tentazioni impronunciabili il contino Gigi, sbalestrato dalla provocante cameriera, che lo indurrà, in un finale tutto amore, al catartico peccato. 

un ritratto di Carlo Emilio Gadda

Ma l’inventario umano che passa alla lente dello straordinario Gadda si estende con pari risultati a vecchi nobili gottosi paladini di un polveroso buon costume, commendatori elefantiaci che zavorrano i salotti di un’eterna commedia, e alle tante vite, circoscritte e universali, congelate in fissazioni quotidiane. E’ un grande affresco di caratteri svelati in tutta la crudezza dei loro impacci fisici e interiori, grazie a una spregiudicata intelligenza accompagnata da un gusto divorante dell’ironia. L’esposizione della Triennale Milanese - nella bellissima novella San Giorgio in casa Brocchi - è l’occasione ideale per raccontare in una cronaca esilarante tutta la prosopopea novecentista condita e rivenduta ad arte, con il melenso assedio degli ammiratori a spasso per le sale espositive che infilano lodi sperticate almeno quanto le nefandezze delle pitture. Ovunque magistrale, il nostro Gadda, come ne L’incendio di via Keplero, dove l’improvvisa combustione di un grande stabile popolare fa da sfondo a un nutrito elenco di scampati per miracolo alla disgrazia. Pedroni Gaetano, facchino alla Centrale; Arpàlice Maldifassi, vanagloriosa e risibile cugina del baritono Maldifassi, che si sloga una caviglia franando sulle scale; Ermenegildo Bolossi Di Gesualdo, “el magütt de Cinisèll” rimasto fino all’ultimo sul tetto del caseggiato in fiamme; il vecchio Zavattari, avvinazzato imbolsito e catarroso; il cavalier Carlo Garbagnati, ex-garibaldino e triste eccezione agli scampati, cui sarà fatale il tentativo di salvare il medagliere: bastano i nomi e i primi indizi per dare un’idea della fantasiosissima acribia con cui vengono dipinti questi eroi qualunque. Attraverso un semplice fatto di cronaca si svela un intero mondo, universo ramificato nelle mille vene del capoluogo lombardo raccontato come forse nessuno ha saputo fare, calandosi nei variegati modi e sogni della gente e facendo appena sentire dietro l’occhio impietoso la vena compassionevole dell’illuminato a cui ogni cosa appare gioco, tragedia e commedia fuse insieme. Il magistero stilistico, che annette gergo e intonazioni dialettali, non indulge mai alla compiacenza e all’esibizione, benché raffinatissima, di bravura. E’ funzionale a un’indagine scrupolosa, trasformando un frammento di vestito, un atteggiamento trascurabile o un tic linguistico in un segno tipico della personalità e della sua collocazione in un preciso ambito sociale. Officina immane, quella dello scrittore, che si fa specchio della vita, centellinando e inanellando infinite epifanie. 


Pietro Germi e Carlo Emilio Gadda sul set di "Un maledetto imbroglio" (1959)


Naviglio milanese, ponte in pietra, foto di Vincenzo Maria Oreggia

sabato 24 marzo 2012

FRANCO LOLLI - LA DEPRESSIONE



Psicoanalista, docente presso l’Istituto di Ricerca di Psicoanalisi Applicata e autore di rilevanti saggi sul fenomeno depressivo, Franco Lolli pubblica un libro agile, contraddistinto dal rigore dello studio ma aperto, anche per la scelta di un linguaggio fluido, letterariamente accattivante, a un pubblico di non solo specialisti. La depressione, male fosco che origina in ferite profonde e si nutre di sé stesso come un virus latente nella psiche umana, è osservata da diverse prospettive. E’ una malattia eterna e precipuamente contemporanea, un dolore nato con l’uomo che nelle nostre società non trova più quegli antidoti che in passato erano stati capaci di arginarlo trasformandolo in un passaggio canonico dell’esistenza. Il crollo dei sistemi simbolici, e quindi delle fondamenta più sottili dei consorzi umani devastati dall’esclusivismo del consumo e della tecnica, ha privato l’evento della perdita, dalla morte alla rottura sentimentale con il partner, di un modello per il suo superamento. Il soggetto indebolito da traumi precedenti acquattati nella rimozione inconscia viene sollecitato dai duri colpi che la vita non risparmia e precipita in una crisi catastrofica, dove indugia, peggiora e si crogiola ubbidendo a quel piacere attinto al dispiacere che è un esclusivo mistero della nostra specie. La clandestinità del trattamento delle esequie, confinato a quelle agenzie dai vetri scuri e dal sentore desolante che superiamo accelerando il passo, è un esempio tipico di impreparazione alla morte, evento che nelle civiltà passate e nei sistemi religiosi ha prodotto un corredo di cerimonie, opere e attenzioni imprescindibili. Quel che resta, nelle società progressivamente regredite, è la parola, risorsa di cura in competizione con l’abuso dello psicofarmaco. Al termine di una disamina succinta ed efficace del contesto depressivo, dalle tragedie dell’amore al rischio suicidario, Franco Lolli scrive proprio di questo magnifico strumento, il linguaggio umano, che nella vitalità emotiva della relazione tra paziente e analista può risvegliare l’intelligenza del rimosso e restituire al male dimensioni sopportabili.      

Franco Lolli, psicoanalista e docente presso l'IRPA di Milano

lunedì 5 marzo 2012

DALE MAHARIDGE - MICHAEL WILLIAMSON - E I LORO FIGLI DOPO DI LORO




1936, Alabama. Il fotografo Walker Evans e lo scrittore James Agee, accettando un incarico della FSA, la Farm Security Administration, si avventurano in un’indagine attorno alle condizioni dei fittavoli nel Sud degli Stati Uniti, circa nove milioni di raccoglitori di cotone, più della metà bianchi, costretti a lavorare a ritmi insostenibili e oppressi da un sistema di mezzadria che li ha gettati nella miseria più feroce. Per realizzare il reportage, i due “ficcanaso” nordisti scelgono una manciata di famiglie tipo, trascorrono mesi insieme a loro e pubblicano un libro, Sia lode ora a uomini di fama, che conoscerà nel tempo un grande successo e siglerà la fama postuma di Agee, morto a soli quarantacinque anni dopo una vita di tragici eccessi. Nel 1988, altri due esploratori delle sacche di degrado statunitensi, il giornalista Dale Maharidge e Michael Williamson, fotoreporter di The Washington Post, tornano negli stessi luoghi, la cittadina di Centerboro e i suoi dintorni rurali, riavvicinano gli stessi nuclei familiari e verificano cosa è rimasto di quel mondo scoperto cinquant’anni prima dai loro celebri omologhi. Un nucleo urbano pressoché identico, salvo i telai delle macchine e poche affissioni recenti, la medesima torrida immobilità in cui si respira l’asfittica depressione di una retriva mentalità provinciale, baracche di legno in frantumi, lembi di bosco e radure sabbiose da cui è scomparso il cotone ma non la miseria, e soprattutto volti, i volti affaticati e rugosi dei sopravvissuti accanto a quelli dei discendenti dei Gudger, dei Ricketts, dei Bridges, dei Woods e dei Gaines, una comunità di uomini e storie segnati da un’alienazione accettata come l’unica soluzione offerta per sopravvivere. 

una famiglia di coltivatori di cotone del sud degli Stati Uniti ritratta dal fotografo Walker Evans (1903-1975)

Le immagini e la scrittura di Williamson e Maharidge si sviluppano in un continuo contrappunto con quelle di Sia lode ora a uomini di fama, seguono le tracce dei vecchi cronisti e se ne allontanano in digressioni narrative e a tratti sociologiche, riflessioni sul senso di ciò che è stato e sulle conseguenze disastrose lasciate da un sistema prossimo alla schiavitù a cui nessun provvedimento governativo è mai riuscito a porre fino in fondo rimedio. Come dolenti lapidi tombali affiorano le storie di Maggie Louise Gudger, che in una notte d’estate del ’36 sale su un tetto dell’Alabama in compagnia di James Agee e sogna le stelle e un futuro radioso, la stessa donna che dopo la scomparsa dei campi di cotone dal Vecchio Sud, alcolizzata e stremata, ingerisce per la terza volta veleno per topi e serrando la bocca giunge finalmente al suicidio, nel 1971. Oppure la vicenda di Emma Woods, che a sessant’anni inizia a scrivere un diario su quei tempi lontani e sul duro lavoro di emigrata in Mississippi, dove segue il pigro marito Lonnie tra bambini strillanti attorno ai quali costruisce il suo unico mondo possibile. Quella di allora era una povertà diversa, tragica e naturale, una condizione di cui Dale Maharidge ha il coraggio di mostrare anche i lati migliori. Si trattava almeno di una miseria non collegata a uno stigma sociale, vissuta con lo stoicismo di chi non conosce alternative e non con l’ammissione di sconfitta degli attuali falliti. I danni creati dal capestro della mezzadria cotoniera sono stati enormi. Famiglie che piegavano la schiena e si ammalavano di qualsiasi male per sporcizia e denutrizione. Uomini e donne senza nessuna assistenza e destinati a lasciare nipoti e pronipoti che declinata la raccolta manuale del cotone hanno allargato le fasce di emarginazione metropolitane. Raramente sono riusciti a cancellare le ferite inflitte alla loro genealogia. Di antichi suicidi e disperazione parlano con diffidenza e con la paura di rievocare fantasmi mai sopiti. Loro, gli eredi di quei vessati lavoratori, sono rimasti gli attori di un panorama mutato e immutabile in cui vige “un’oscena spietatezza nei confronti della sofferenza altrui.”

Il giornalista e scrittore Dale Maharidge

lunedì 20 febbraio 2012

MICHAEL HERR - DISPACCI




Nel novembre del 1967 Michael Herr giunge in Vietnam come corrispondente di Esquire. In un certo senso è un privilegiato, non ha scadenze fisse per la consegna dei pezzi e ha modo di fare libera incetta di storie, gran parte delle quali confluiranno più tardi in Dispacci, forse la più importante testimonianza su quell'immenso e glorioso disastro dell'esercito statunitense. Taccuino di guerra, diario privato, romanzo autobiografico, meditazione sul destino umano in condizioni estreme. Il libro di Herr sfugge a una precisa categoria e le riassume tutte, sostenuto da una scrittura densa e viscerale che traduce con efficacia folgorante la complessità dell'esperienza in Vietnam. Lo scrittore reporter salta da un elicottero all'altro e si spinge in avamposti remoti condividendo anima e corpo la vita dei marines. Tra i motivi all'origine di questa scelta in apparenza folle c'è una grande e irresponsabile curiosità, uno spirito avventuroso e un anelito alla metamorfosi di sé stesso, ma soprattutto c'è quell'irriflessiva sete di esperienza che solo più tardi potrà essere consapevolmente riordinata siglando una vera e propria iniziazione. Arriverà persino ad avere nostalgia per quei luoghi e quella parte della propria esistenza che è stata vissuta a un grado di intensità mai più raggiungibile, nel bene come nell'orrendo male. Lo sceneggiatore di Apocalypse Now e Full Metal Jacket racconta la terribile battaglia per conquistare la città imperiale di Hue, un tempo incantevole sede dei reali annamiti e trasformata in un plastico devastato e irriconoscibile, la permanenza nella zona degli Altipiani, vallate scoscese ammantate di giungla dove vivono i primitivi Montagnard e intere divisioni di vietcong stringono d'assedio 8000 marines e sudvietnamiti nel campo isolato di Khe Sahn. Nel corso dei briefing concessi alla stampa lo Stato Maggiore dell'esercito manifesta ottimismo e annuncia una supposta fiacchezza del nemico quando invece la guerra, vista più realisticamente dal basso, prende tutto un altro corso. Herr non sta dalla parte del giornalismo convenzionale, dei propagatori acritici e uniformati di notizie. Si mette al fianco di fotografi e reporter mitici quali Sean Flynn o Tim Page, di cui ci regala memorabili ritratti. Restando in prima linea attinge storie dalle bocche riarse dei soldati e fissa i loro occhi invecchiati dentro volti poco più che adolescenti. Gli bastano poche parole fulminanti per recuperare attimi dal sapore mistico, in cui la guerra può misteriosamente lasciarti uno spazio tutto tuo. "Trovarlo era come ascoltare della musica esoterica, non riuscivi a coglierne l'essenza attraverso tutte le ripetizioni finché il tuo stesso respiro non ci era penetrato diventando un altro strumento, e ormai non era più soltanto della musica, era esperienza."   

Michael Herr

L'avvio del capolavoro di Michael Herr: 

venerdì 17 febbraio 2012

ILAN PAPPE - STORIA DELLA PALESTINA MODERNA


Se dal 1918 in poi sono pochi i libri che raccontano in modo unitario la storia del popolo palestinese e di quello ebraico, dopo la seconda guerra mondiale diventano una vera rarità. Ilan Pappe, professore di Scienze politiche presso l'Università di Haifa e parte di un gruppo di studiosi israeliani che rileggono in chiave non sionista la storia di quella regione martoriata, intreccia in un unico testo le due narrazioni cercando di tenersi a debita distanza da ideologie, demagogie politiche e razzismi. Il suo punto di vista privilegiato rimane quello della gente comune, delle vittime, siano esse indigeni palestinesi, ebrei immigrati o autoctoni, che hanno subito o si sono fatti coinvolgere dalla violenza delle rispettive elite nazionalistiche. Il testo prende avvio dalla breve invasione napoleonica del 1799, data convenzionalmente indicata come l'inizio della storia della Palestina moderna a partire dalla quale, secondo la versione eurocentrica più diffusa, il progresso dell'Europa illuministica avrebbe fatto irruzione nel contesto tradizionale della primitività araba. Seguendo con dovizia di documentazione il lungo arco declinante del tardo Impero ottomano che vede la Palestina divisa nelle unità amministrative del sangiaccato, Pappe racconta il graduale impoverimento della società rurale e contadina a vantaggio dei gruppi di notabili urbani sempre più influenti, accanto alle potenze occidentali e al movimento sionista, nel decidere le sorti dell'area palestinese. L'immigrazione ebraica, che subisce una grande accelerazione a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, manifesta una capacità organizzativa e di coesione nettamente superiore a quella della comunità araba musulmana attraversata da molteplici conflitti interni. Dai 20.000 ebrei presenti in Palestina alla vigilia della guerra di Crimea si passerà nel 1918 a 60.000, numero destinato a crescere in modo esponenziale nel corso degli anni a venire con l'immigrazione legale e illegale di coloni in fuga dall'olocausto. Il passaggio di governo dall'Impero ottomano al Mandato britannico offrirà alla classe dirigente ebraica l'opportunità di trovare un nuovo potente alleato all'ombra del quale consoliderà la sua struttura prestatale e alimenterà con vigore lo spirito nazionalista. 

disegno della Palestina moderna

In una rete complessa di alleanze, conflitti e giochi di interessi che trasformano l'area mediorientale in un'instabile e multietnica polveriera, la positiva influenza britannica in materia di istruzione, sanità, trasporti e comunicazioni, andrà progressivamente scemando con l'indebolimento del Commonwealth. L'atto finale della decolonizzazione aprirà le porte al conflitto armato tra il dicembre del '47 e il maggio del '48. Proclamato lo Stato di Israele e rimasta lettera morta la risoluzione ONU che prevedeva la partizione della Palestina tra uno Stato ebraico e uno Stato arabo, l'esercito israeliano procede all'occupazione e alla pulizia etnica inaugurando la tragedia di milioni di rifugiati sparsi dentro e fuori i confini statali. La storia che ne segue è quella più recente del nazionalismo palestinese e delle organizzazioni armate che dotate di forza impari accanto ai vicini israeliani e appoggiate da governi rivoluzionari sono ricorse ad azioni di guerriglia o disastrosamente terroristiche. E' significativo come nell'ambito dei vari tentativi di soluzione del conflitto il ritornello del gergo diplomatico sia diventatto quello del "processo di pace" e si siano acccortamente elusi termini quali "decolonizzazione" e "fine dell'occupazione". Ed è un peccato che episodi di solidarietà di classe e cooperazione binazionale tra popolo ebraico e palestinese puntalmente ricordati da Ilan Pappe come gesti esemplari di una possibile armonia siano stati soverchiati dalle sobillanti retoriche nazionalistiche che fanno leva da una parte sulla paura degli assediati e dall'altra sulla disperazione degli oppressi.  


 Ilan Pappe
                   

giovedì 2 febbraio 2012

RODDY DOYLE - PAULA SPENSER


Periferia di Dublino, quartieri popolari, gente qualunque, quella di cui si sente parlare solo se ammazza qualcuno o viene ammazzata. Il marito di Paula, Charlo, più di dieci anni prima è assurto a entrambi gli onori della cronaca. Nel corso di una rapina ha preso in ostaggio una donna, le ha sparato ed è stato a sua volta atterrato da un proiettile della polizia. Ha lasciato la moglie, che picchiava regolarmente, sola, con quattro figli e impelagata nell’alcolismo. Quando l’occhio di Roddy Doyle la sorprende e ne segue passo passo la vita, Paula si sta ripulendo. E’ un anno che non tocca una bottiglia piena, anche se quelle vuote le fanno l’effetto di un’esca irresistibile. Le annusa alla ricerca degli ultimi effluvi, prova a inumidirsi le labbra con una goccia che scivola lungo le pareti vetrose. L’astinenza si fa sentire in momenti impensati, senza appuntamenti, indifferente agli umori. Può succedere per noia, per rinnegare o amplificare un dolore, ma anche per un apparente capriccio, un peccato di gola che prende una punta ossessiva. Quello di chi smette di bere “è un altro mondo. Non è sicura che le piaccia poi tanto. Ma è una donna nuova, una vecchia che sta imparando a vivere.” Nella mente e nel corpo di questa vecchia quarantottenne Doyle si incarna con perfetta mimesi. Ne registra i pensieri e segue le mosse di una quotidianità grigia e coraggiosa, di chi faticosamente risale la china facendosi protagonista di un eroico anonimato. Paula vive con due figli: Leanne, ventiduenne scontrosa e anche lei alcolizzata con cui lotta quasi ogni giorno combattuta tra rabbia e sensi di colpa, e Jack, adolescente timido e diligente che si mantiene gli studi servendo da bere al pub del quartiere. Poi ci sono Nicola, la figlia maggiore, madre responsabile ed equilibrata, e John Paul, il figlio scomparso per nove anni, ex tossicodipendente riapparso all’improvviso con una moglie, due figli, e una vita scandita da normali abitudini. Con ognuno di loro l’eroina del suburbio dublinese cerca di ricucire un rapporto sfibrato da anni di incuria in cui la madre sfortunata e cattiva si trascinava da una stanza all’altra tramortita dal vizio e dolorante per i segni lasciati dalle botte di Charlo. Il romanzo procede senza altisonanti colpi di scena e lo sforzo del narratore si concentra sui minimi traguardi di Paula che assumono proporzioni straordinarie. La prima minestra preparata con cura che diffonde negli ambienti domestici un profumo di cibo quasi scomparso dalla memoria; l’apertura del primo conto in banca alle soglie dei cinquant’anni; i risparmi per il computer del figlio o per uno stereo decente da mettere in cucina. Paula si batte per queste cose. Lavora cinque giorni la settimana per un’impresa di pulizie. In un pulmino pieno di africane va a raccogliere cartestracce e lattine di birra vuote nella platea erbosa di un concerto rock lavorando a braccetto con le immigrate. Tutto ciò che di buono viene dalla vita è un regalo per una reduce come Paula. E’ perfino orgogliosa della stupida targhetta con scritto “personale autorizzato”. Quel che sorprende e rende autentica la scrittura di Roddy Doyle è la distanza da qualsiasi retorica del tragico o del pietoso. Siamo nella dura, piena e carnale Irlanda del popolo e del disagio sociale. Tra voglia di bere e braccia rotte all’ospedale, mezzi pubblici dove Paula resta seduta “circondata da fiumi di gin e di Guinness” e carrelli di supermercato riempiti con il contagocce. E dove ormai “sono tutti alcolizzati. Chi è pallido e chi è troppo rosso, chi zoppica, chi si trascura e chi si cura troppo.” Sullo sfondo Il Grande Fratello, l’universo di Internet, le cronache del pianeta in guerra snocciolate da una radiolina gracchiante accanto ai fornelli.   

lo scrittore irlandese Roddy Doyle

domenica 29 gennaio 2012

POETI ISRAELIANI



Nonostante la paventata scomparsa della poesia in lingua ebraica e la prevista assimilazione dei suoi autori in altre lingue, a cavallo tra Ottocento e Novecento, soprattutto a opera dei due grandi poeti Chaim Nachman Bialik e Shaul Tchernichovsky, si è verificata una rinascita proseguita per tutto il secolo scorso. Sono versi in gran parte connessi a eventi storici e temi civili, anche se nella produzione più recente il patto tra poeta e collettività si è aperto a un’area più soggettiva. Il cosiddetto “realismo sionista” subisce verso la metà degli anni Cinquanta l’influenza del modernismo anglosassone cui si aggiunge una forte spinta antiretorica e un linguaggio incline al tono colloquiale. L’antologia di diciotto poeti israeliani curata da Ariel Rathaus, ex professore di italiano alla Hebrew University di Gerusalemme, presenta i testi in ordine cronologico iniziando dai due classici Yehuda Amichai e Chiam Guri, nati negli anni ’20, che testimoniano il passaggio dalle originarie spinte ideali al disincanto seguito ai conflitti irrisolti e alla guerra d’indipendenza tradottasi in perdita di Dio e degli amici. Nella fucina di una storia sempre più drammatica la dimensione politica e quella privata risultano inevitabilmente avvinte e la memoria rimane in bilico tra idillio e melanconia. Le aspirazioni utopiche dei padri fondatori dello Stato di Israele fanno i conti con una realtà politico-sociale marcata da un nazionalismo oltranzista, dal conflitto arabo-israeliano e dall’alienazione consumistica. 

il grande poeta israeliano Yehuda Amichai (1924-2000)

In un’analoga prospettiva di critica sociale passata al filtro dell’investigazione poetica si inseriscono Maya Bejerano, Meir Wieseltier, Yitzhak Laor, di cui Rathaus scopre i debiti verso Pasolini, o Rami Saàri, la cui tematica discretamente omosessuale caratterizza una poesia solidale con i compagni palestinesi. Un ruolo a parte ma significavo rivestono gli ebrei di origine araba, impegnati in movimenti di protesta come le “Pantere Nere” degli anni ’70, le cui rivendicazioni sono andate stemperandosi grazie all’attuale migliore integrazione delle élite di origine orientale. La composita realtà sociale israeliana in cui ognuno, erede di peculiari radici storiche, ha un altrove da ricordare, è oggetto dei versi di Ronny Someck. Il culmine della vena erotica è raggiunto da Aharon Shabtai, che con una lingua senza pudori trasforma il sesso in occasione di riflessione metafisica. L’amore è il tema di elezione delle poetesse Dalia Rabikovitch, morta forse suicida nel 2005, che dà voce a una fragilità femminile segnata da inquietudini esistenziali, e Aghi Mishòl, in cui la donna si scrolla di dosso la sua posizione gregaria proponendo un’immagine di sé che a tratti irride le pretese di centralità maschili. Una meditazione lirica sull’assenza di Dio e la possibilità di una teologia dopo Auschwitz è quella di Mordechai Geldman, dove il canto del muezzin risuona come “qualcosa d’infinitamente delicato e doloroso / senza requie e senza casa / che Allah non abbraccia”. Accanto a versi di ispirazione biblica e al dialogo della poesia con il mondo della fede religiosa fiorisce l’opera di Natan Zach, da cui derivano le tendenze attualmente dominanti e che è divenuto protagonista di un processo sliricizzante, ricco di ironia e di elementi bassi. Una lingua che rovistando nel quotidiano colleziona folgoranti epifanie con un occhio straniato, incline al disincanto. Il tempo di Zach è un tempo messianico, di sconcerto e di attesa. “Vieni pure dove vuoi, futuro / io l’attendo, mi preparo in suo onore / e che mi trovi di nuovo a rovistare negli oblii / come un gatto in un mucchio di rifiuti.” L’ebraico ha alle spalle 2000 anni di storia letteraria e certa immersione nel parlato è vissuta con energia liberatoria, verso una parola capace di riecheggiare il mondo senza la pretesa di sostituirsi ad esso.

il curatore della raccolta einaudiana Ariel Rathaus