VINCENZO MARIA OREGGIA

BIOGRAFIA, LIBRI, RECENSIONI, INCONTRI, REPORTAGE

domenica 2 marzo 2014

MORDECAI RICHTER - JOSHUA ALLORA E OGGI - ADELPHI EDIZIONI 2013


Un affermato giornalista di mezza età, minacciato dal coinvolgimento in uno scandalo di natura sessuale, è ricoverato in clinica dopo un grave incidente e nei va e vieni tra stati di ottundimento e lucidità ricorda la sua vita. Joshua Shapiro, al pari dell’indimenticabile Barney Panofsky della Versione di Barney, romanzo che assicurò a Mordecai Richter larga fama internazionale, incarna il suo spirito ebraico in un uomo ribelle, reticente alle convenzioni sociali e perennemente incalzato da giudici che di volta in volta indossano le maschere di risentiti colleghi, donne complicatissime, diffamanti perbenisti o frustrati e violenti poliziotti. Lo scrittore canadese, talento narrativo tra i migliori della seconda metà del Novecento, dà voce a personaggi anomali, incontenibilmente bramosi di vita, incostanti, sensibili e micidiali, soggetti alla persecuzione di un mondo che nutre verso di loro un’inconfessabile invidia. Un nuovo capitolo, insomma, della poliedrica e sofferta identità ebraica interpretata da Richter, architetto di trame romanzesche che giocano su più piani temporali, ricostruendo a tasselli distanti e connessi le vicende dei suoi eroi inquieti e dell’universo che ruota attorno ad essi. Ma torniamo a Shapiro, seriamente malconcio in ospedale e ossessionato dalla scomparsa della moglie Pauline, fuggita da un altro ospedale, questa volta psichiatrico, dov’era ricoverata in preda a gravissime crisi. Alla ricerca di lumi che lo aiutino a sbrogliare la matassa di un’intricata esistenza, Joshua rievoca gli anni di un giovanile viaggio in Europa: periodo di vita bohemien, peregrinazioni e ricerche che da Londra lo conducono in Spagna, deciso a ultimare un saggio sulla Guerra Civile, e dalle città spagnole fino all’isola d’Ibiza, quando, nei primi anni Cinquanta, era ancora un luogo incantevole abitato da pescatori e pochi viaggiatori di passaggio. Sono pagine tra le più belle di Joshua allora e oggi, che restituiscono l’irrequieta meraviglia di una gioventù intenta a misurarsi con fumosi postriboli, deliranti e imboscati nazisti, sinceri e coriacei uomini di mare, amori rapidi e intensi, amicizie terrigne e intellettuali, mentre da una radio mai spenta si ascoltano gli echi allarmanti del regime franchista. Ma l’orologio controllato da Richter non smette mai di spostare le sue lancette, e tra una quadro e l’altro di questo scenario europeo emerge la figura del padre Reuben, ex pugile di una certa fama nonché esattore poco raccomandabile per conto di un trafficante italiano: uomo ruvido e dolce, che con un’arma a portata di mano raccomanda al figlio la lettura dei testi sacri e il rispetto delle pratiche religiose, quasi fosse questione di rispetto, di dignità più che di fede; quindi la madre, Esther, nota nella mitica zona di St. Urbain Street per i suoi spogliarelli, che in un momento di esilarante felicità, di fronte a un gruppo di compagni di scuola del piccolo Joshua si produce in uno dei suoi numeri piccanti, generosamente impegnata a fortificare la platea ammutolita dei teneri impuberi. Una famiglia di equivoche, umili origini, quella degli Shapiro, che impatta contro una classe sociale diversa quando Joshua si innamora di Pauline, figlia del senatore Hornby. Come spesso accade alle figure femminili di Richter, anche l’avvenente Pauline è donna minata da una radicata fragilità nervosa e una dissimulata insoddisfazione che deborderà in una crisi psichiatrica alla morte dell’adorato fratello Kevin, viziato speculatore di borsa approdato al successo economico e bersagliato da accuse di fraudolente manovre finanziarie. Un altro dei tanti personaggi di questo caleidoscopio di campioni umani mulinanti attorno a un’esistenza che, come al termine di un lungo, rabdomantico film, più che a spiegarsi, giungerà a illustrare tutto il sorprendente spettacolo del proprio destino. Quel che si chiede, in fondo, alla letteratura.     


Mordecai Richter


mercoledì 19 febbraio 2014

LO SVILUPPO CON L'ANIMA - UN REPORTAGE SU SERIGNE BABACAR MBOW E L'AVVENTURA DEL VILLAGGIO SENEGALESE DI NDEM

Un nido di case e una manciata di anziani nell’immensa piana del Sahel, a due ore e mezzo di macchina, direzione nordest, dalla capitale Dakar: un villaggio inaridito da siccità ricorrenti e spopolato di giovani fuggiti lontano. Questo era Ndem, quando circa trent’anni fa, deciso a tornare nella terra dei suoi avi, vi si insediò insieme ad Aissa, l’ispirata moglie francese, Serigne Babacar Mbow. E’ difficile credere a un tale miracolo, gironzolando per questo mare di sabbia su cui ora fiorisce un armonioso progetto divenuto modello esemplare di sviluppo sostenibile africano. Due pozzi artesiani che danno acqua pulita e abbondante, un’infermeria con farmacia d’emergenza, strutture scolastiche, coltivazioni biologiche e un centro di mestieri che produce capi d’abbigliamento e un combustibile alternativo al carbone composto di buccia d’arachidi e argilla con il quale funziona, tra l’altro, il panificio locale. Un complesso di strutture che sono diventate punto di riferimento per molti villaggi vicini offrendo lavoro a centinaia di persone. E a pochi passi da tutto ciò, cuore pulsante del piccolo universo di Ndem, la daira, ovvero scuola coranica di Serigne Babacar, guida spirituale del luogo nonché maestro della confraternita sufi dei baye fall, filiazione estroversa della più vasta muridiya, che raccoglie in Senegal milioni di seguaci, fondata verso la metà dell’Ottocento dal santo islamico Ahmadou Bamba. Lavoro e preghiera sono i due capisaldi di questi musulmani le cui pratiche non rispondono all’islam ortodosso. I baye fall non ossequiano, generalmente, le cinque preghiere canoniche e non osservano il digiuno di Ramadan, ma ubbidienti a pratiche di devozione di stampo mistico, invocano costantemente il nome di Allah e lo fanno echeggiare nel corso di lunghe preghiere notturne collettive, dove procedono stretti in file circolari raggiungendo stati di ebbrezza spirituale. Sono i sufi più estremi di questo composito islam sub sahariano. Serigne Babacar Mbow, cresciuto nell’amore per questa confraternita e questa via, era ancora un giovane uomo nato da un’abbiente famiglia dakaroise con una formazione accademica in sociologia, quando, tornato dal suo viaggio europeo, anziché reinstallarsi nella confortevole capitale, prese insieme alla moglie una scelta radicale, accampandosi con una tenda e una capanna adibita a piccolo laboratorio di sartoria in un angolo della savana appartenuto ai suoi antenati. Incontrandolo, e mostrandomi stupito di quanto sia riuscito a creare dopo un così modesto e avventuroso inizio, il mio gentilissimo ospite allunga uno sguardo ai suoi animali, ai pavoni che scorrazzano nella daira, ai recinti dei montoni e dei buoi, alle colture di aloe e a una parte della sua famiglia raccolta sotto la veranda di casa. Mi dice sorpreso: “E’ come se non lo avessi fatto io. Tutto ciò è frutto soltanto d’amore.” Amore. Una parola che torna spesso nei suoi discorsi, semplificando e rendendo insieme misteriosa l’azione di quest’uomo pratico e contemplativo, umile e tenace nel suo ruolo di guida religiosa nonché presidente della ONG di Ndem. Scrittore di testi sulla via baye fall e i valori della spiritualità universale, Serigne Babacar viaggia parecchio in Europa, invitato per conferenze e sollecitato dai non pochi partner occidentali, in particolare italiani e francesi, che nel corso degli anni hanno sostenuto i suoi progetti. La lavorazione, la tintura tradizionale dei tessuti e la confezione di abiti che conciliano gusto senegalese e occidentale sono diventati un segno distintivo di Ndem e hanno portato alla creazione della linea e della boutique Maam Samba. Se fino a pochi anni fa le forniture erano in gran parte destinate all’Europa, attraverso catene di distribuzione equo-solidali, la recente scelta di aprire un centro con esposizione, vendita e luoghi di accoglienza in un quartiere in vista di Dakar, ha dirottato le mire sul mercato interno. “Ci sono due ragioni principali che ci hanno indotto a questa scelta. La prima, dopo un decennio di dipendenza commerciale dall’Europa, è la necessità di un’autonomia che garantisca maggiore sicurezza al nostro lavoro a prescindere dalle oscillazioni della domanda esterna. La seconda è la possibilità, per uno spazio come quello inaugurato a Dakar, unico nel suo genere in Africa occidentale, di divenire punto di riferimento e scambio tra partner africani orientati verso progetti di commercio equo solidale e sviluppo sostenibile.” Mentre Serigne Babacar mi racconta tutto ciò, si avvicinano alla veranda Moussa e Fatou, una delle coppie miste senegalo-europee che abitano a Ndem, dove prospera una multiculturalità tollerante, rispettosa e curiosa delle reciproche differenze. Nell’incontro con modi e opinioni diverse, Serigne Babacar sa essere per primo di una delicatezza estrema; gironzola o riceve i suoi continui ospiti incuriosito e discreto, raccontando e soprattutto dimostrando un islam del cuore, infinitamente lontano da qualsiasi connotazione oppressiva o violenta: un islam che realizza in modo autentico la sua radice etimologica di abbandono (aslama) a Dio nella pace (salam), e in questo caso a una pacifica operosità. Condividendo la passione per letture e studi sul sufismo, io e questo saggio ispirato che frequento ormai da cinque o sei anni ci allontaniamo dal gruppo di amici e familiari per raggiungere un angolo della sua camera dove custodisce una piccola ma sceltissima biblioteca, con opere di grandi maestri del passato più e meno recente, da quelle di classici come Al-Gazali e Ibn Arabi fino ai sufi dell’ultimo e penultimo secolo, tra cui qui non poteva mancare il senegalese Ahmadou Bamba con il suo discepolo prediletto Ibrahima Fall, l’originario ispiratore del modo di vivere di questo villaggio, a cui Serigne Babacar Mbow ha dedicato diversi libri. Il Servitore del Profeta, che ho curato e tradotto, è uscito l’anno scorso in Italia per le Edizioni dell’Arco, ed è di prossima pubblicazione, per i tipi di Harmattan Italia, un breve saggio dal titolo Genti dell’Amore. “La tensione verso una spiritualità universale” mi conferma l’amico prezioso prima dell’arrivederci, ”accanto a un approccio interculturale e interreligioso, sono sempre stati tratti distintivi dell’avventura iniziata qui a Ndem. Il confronto continuo con il diverso è un segno di vitalità e un antidoto indispensabile ai rischi della fossilizzazione attorno a pericolosi preconcetti. Tra le figure capitali dell’Occidente, amo in modo particolare quella di San Francesco d’Assisi, che già ai suoi tempi, ispirato da una vocazione straordinaria, ha saputo valicare barriere secolari affratellando uomini dai diversi cammini nella fede in un Unico Signore.” Allontanandomi dal villaggio per riprendere la strada della capitale e contemplando la savana brulla, punteggiata a larghi intervalli da maestosi baobab e qualche acacia, la sensazione di questo miracolo fiorito in mezzo a un’immensità semidesertica torna a conquistarmi, e insieme ad essa la meraviglia per la tenacia e l’amore fusi in un unico slancio di energia vitale che può trasformare le umane opere in una paziente via verso l’Eterno. *

* Il reportage è uscito sul numero di febbraio 2014 della rivista Popoli. Ecco il link:


venerdì 7 febbraio 2014

MAURIZIO PALLANTE - MONASTERI DEL TERZO MILLENNIO - EDIZIONI LINDAU 2013



Per alcuni interpreti di una saggezza pochissimo ascoltata dai governanti, uscire dal pantano morale e materiale cui sono ridotte le nostre società significa praticare ciò che Maurizio Pallante ha battezzato decrescita felice: una forma di progressiva riduzione del superfluo che distrugge il pianeta e il genere umano. La martellante spinta al consumo di beni in larga parte inutili e la massiccia produzione industriale hanno condotto al collasso di ecosistemi incapaci di sopportare un inquinamento smisurato e alla prona accettazione di un’ideologia invaghita di quelle magnifiche sorti e progressive di leopardiana memoria. Non conosciamo più nulla di ciò che consumiamo, l’arte del fare e del produrre artigianalmente è stata sostituita dall’ingordigia di oggetti dal retroterra oscuro, promossa dalla corale informazione del pensiero dominante. “Nelle società industriali, in particolar modo nelle città che ne sono il cuore, nessuno produce nulla di ciò che gli serve per vivere e tutti dipendono dal mercato per ogni esigenza. Il corrispettivo a livello culturale di questa totale mancanza di autonomia è l’esasperazione crescente delle specializzazioni che riduce sempre più l’area di conoscenza di ogni individuo creando barriere insormontabili a ricostruire una visione d’insieme anche all’interno di ogni singola branca del sapere.” Il valore d’uso dei beni che caratterizzava le società tradizionali è stato sostituito dal valore di scambio, e la cultura del dono, come quella della reciprocità, elementi fondanti di molte società pre-moderne, sono state annientate dalla mediazione invasiva del denaro. Il decantato prodotto interno lordo, ovvero il valore monetario delle merci e dei servizi scambiati con denaro, è divenuto il solo indice per misurare la salute di un paese, escludendo elementi di valutazione che riguardano la felicità dell’essere umano nel suo senso più completo. Pallante non è così assolutista da non vedere anche certi lati positivi dell’attuale forma di progresso, ma il costo a cui ci espongono tali vantaggi rimane inaccettabile. Di fronte a questo dissesto generalizzato, la provocazione contenuta nell’ultimo libro del fondatore del movimento della decrescita felice è quella di un ritorno all’antica civiltà dei monasteri, alla qualità morale e spirituale del loro fare e del saper essere centri produttivi ispirati da una nobile, religiosa idea dell’uomo. Nella fase attuale della storia, le istituzioni monastiche possono essere considerate modelli di riferimento per scelte di vita alternativa e risultano particolarmente eloquenti attorno a tre nodi cruciali della crisi contemporanea: il rapporto con il territorio, tradotto nel lavoro, quello con gli altri, incarnato nell’economia e nella socialità, e quello con se stessi, fecondato da un’autentica riflessione sul senso complessivo dell’esistenza. I nuovi cantieri della rinascita non saranno ovviamente il calco degli antichi monasteri, ma ne conserveranno i motivi ispiratori applicandoli a forme di aggregazione inedite. “I monasteri del terzo millennio non richiederanno necessariamente voti di obbedienza a regole, né comunioni di beni mobili e immobili. Saranno strutture leggere, o meglio ancora non-strutture, semplici luoghi d’incontro in cui si ritroveranno, per scelta e affinità, persone e famiglie che avvertono in modo particolarmente acuto il disagio, la sofferenza e i limiti di vivere in un sistema economico finalizzato alla crescita della produzione di merci e desiderano annettere più importanza alle relazioni umane che alla produzione di merci, collaborare invece di concorrere, ridurre la propria impronta ecologica e la propria dipendenza dal mercato, producendo non solo valori di scambio, ma anche valori d’uso ogni qualvolta sia conveniente.” Principi che stanno trovando applicazione nel neonato Agrivillaggio Vicofertile (www.agrivillaggio.com), in provincia di Parma, nuovo laboratorio e punto di riferimento della decrescita felice. 

Maurizio Pallante



giovedì 5 dicembre 2013

MARCO OSTONI A PROPOSITO DI "QUESTA NON E' LA MIA PATRIA"


E' uscita oggi una recensione del mio romanzo a firma di Marco Ostoni, che ringrazio di cuore per l'apprezzamento, l'originale chiave di lettura e la felicità dello stile. Si può leggere su:

http://www.ilcittadino.it/p/notizie/speciale/2013/12/05/AB8y0fSD-cercando_fortuna_realta_italia.html

Del romanzo, Ostoni parla anche in una rubrica rintracciabile all'indirizzo you tube:
http://www.youtube.com/watch?v=o6XUQKWpuVg




giovedì 14 novembre 2013

PIETRE, PIUME E INSETTI - l'arte di raccontare la natura - a cura di Matteo Sturani


La natura è stata infinita occasione di scoperte e costante motivo di attenzione per moltissimi scrittori, poeti e saggisti di stampo scientifico o umanistico, che hanno tratto sollievo e ispirazione da incantate e meditabonde perlustrazioni tra mari, montagne, boschi e praterie, sempre a caccia di miracoli copiosamente offerti dal mondo animale o vegetale. La figura del naturalista, che nel corso del secolo trascorso ha perso credito e popolarità a favore dei rappresentanti delle diverse discipline specialistiche - il naturalista che ama il regno naturale con abbraccio largo e peculiare, attento al quadro generale così come al suo dettaglio, contemplatore del paesaggio e scopritore di frammenti illuminanti - ha lungamente convissuto con quella del fine letterato. Camillo Sbarbaro, il poeta ligure amato da Montale, fu grande appassionato di licheni, primordiali e pittoriche impronte di esistenza che colorano il mondo dell’inerte come forme di rinascita ostinata anche negli ambienti in cui l’aridità pressoché assoluta sembrerebbe non trovare antagonisti. Ernst Jünger fu notevole entomologo, munito, nell’esercizio di raccolta e classificazione dei suoi campioni, della stessa calma celestiale, e inquietante, con la quale si aggirava nelle tempeste d’acciaio dei fronti bellici della seconda guerra mondiale, testimoniando di sé stesso come di uno strano essere a cavallo tra raffinatissimo flaneur e algido guerriero. Vladimir Nabokov, la cui grazia stilistica tocca impressionanti vertici di precisione e fluidità, si dedicò per tutta la vita a raccogliere farfalle, e in questa antologia di scritti sulla natura curata dal naturalista e professore di liceo a Torino Matteo Sturani, dà testimonianza della sua adorata malattia in uno scritto di grande bellezza, che come nei migliori esempi di scrittura rende conto e supera il tema trattato per illuminare il senso profondo di un costante impegno volto all’osservazione e alla ricreazione della vita. "Confesso di non credere nel tempo" scrive Nabokov. "Dopo l'uso mi piace ripiegare il mio tappeto magico, così da sovrapporre l'una all'altra parti diverse del disegno. E che i visitatori inciampino pure. E la gioia più grande dell'assenza di tempo - in un paesaggio scelto a caso - viene quando mi trovo tra farfalle rare e piante di cui esse di nutrono. E' quella, l'estasi, e dietro l'estasi c'è qualcos'altro difficile da spiegare. E' come un vuoto momentaneo in cui si riversa tutto ciò che mi è caro. La sensazione di essere tutt'uno con sole e pietra. Un fremito di gratitudine rivolto a chi di dovere - al genio contrappuntistico del destino umano o ai teneri spettri che assecondano un fortunato mortale." Mirabile è pure il brano del naturalista francese Jean-Henri Fabre, prosatore scientifico e scrittore autentico che racconta un’ascensione al monte Ventoux con tutta la serie di difficoltà e regali che costellano il percorso della smilza, avventurosa comitiva di esploratori. Piacevolissimi incontri e al tempo stesso inviti a ulteriori approfondimenti sono i passi di importanti autori contemporanei come Jonathan Franzen o Robert Mcfarlane, uno dei più apprezzati narratori di viaggio inglesi, che conferisce piena dignità di personaggio autonomo al bosco, di cui racconta il progressivo assottigliarsi lungo il corso dei millenni, trasformando un breve saggio di storia naturale in un teatro di avventure dove gli eroi impassibili e superstiti sono macchie ondivaghe di magnificenti alberi. Una poetica trasfigurazione del paesaggio rurale cileno osservato con occhi di bambino è il frammento di prosa tratto dalle memorie di Pablo Neruda, mentre esilaranti e colme di fantastica quanto scrupolosa esuberanza sono le incursioni nella nomenclatura di comuni e rari bacherozzi stilata dal pirotecnico e sardonico maestro dell’Adalgisa, il grandissimo Carlo Emilio Gadda. L’antologia einaudiana è libro ideale per fruizioni capricciose; da tenere in giro, negli angoli di casa preferiti, per il giusto tempo, bene in vista tra i cuscini del divano, nell’angolo di un tavolo o sotto l’abat-jour del comodino, depositandolo e ripescandolo secondo l’estro momentaneo, navigando tra l’uno e l’altro dei trentadue pregevoli signori che contiene - ahimè manco una rappresentante dell’altra magnifica metà del mondo - e scivolando di tanto in tanto verso quella decina di pagine centrali, prezioso spartiacque dove sono riprodotti alcuni quadri con nature morte che riprendono dettagli in apparenza marginali di paesaggio, insetti, cibo e scarti di vario genere, dai fiammiferi ai ritagli di giornale alle piume perse da un uccello: cammei pittorici frutto delle poetiche contemplazioni di Mario Sturani, nonno del curatore e capostipite di un’eccentrica dinastia di naturalisti.    
  
Vladimir Nabokov a caccia di farfalle

sabato 26 ottobre 2013

FRANCO ARMINIO - GEOGRAFIA COMMOSSA DELL'ITALIA INTERNA



Franco Arminio è poeta che scioglie i suoi versi in una prosa aperta come un ventaglio di sguardi, percezioni, intuizioni. Un pensare rapido e incisivo, il sentimento di un nomade che rimane tale pur viaggiando in terra propria, con la sua affezione per quel che accarezza da vicino e scruta dal cannocchiale della lontananza irrimediabile. Il cantore della sua terra irpina e di tutto il nostro intenso, ferito, sorprendente meridione, si aggira concentrato e distratto come un nostalgico della pienezza cui è dato di gustarla solo se intercettata quasi per errore, bandendo ogni volontà di appropriazione, dopo lunghi corteggiamenti o per effetto di un’amorosa folgorazione, comunque al di là di verbosi esercizi e studiati appostamenti. La poesia, “il nesso più potente tra le parole e le cose”, è la sola pratica di salvezza per lo scrittore di Bisaccia: poesia come sguardo liberato, vibrante di un candore che sa leggere le cose senza anteporvi i cascami dello scrupolo raziocinante e dei saperi specialistici; senza ingessare l’anima dei luoghi dietro l’appropriazione sproloquiante del cattivo politico o del becchino laureato che sotterra il mondo sotto profluvi di statistiche. Leggere Arminio è respirare un’aria nuova, intuire una possibilità, una preziosa chance offerta a questa Penisola sfiatata. Il rimedio per salvare un’Italia perduta in derive sconcertanti è un balsamo interiore che curi il nostro intero modo di essere uomini: medicina che riscatti dall’incuria distratta di una modernità bugiarda che chiama progresso un’inquietante arretratezza culturale e spirituale. Geografia commossa dell’Italia interna è un vademecum per liberi cercatori e rivoluzionari che invaderebbero di poeti il Parlamento, rigenerando quei convegni di sonnambuli e ciarlatani lautamente rimpinzati con la partecipazione di uomini dalle visioni articolate e pure. In mezzo a tanti libri prevedibili e indigesti, questo di Arminio è un eccentrico regalo, un arioso zibaldone contaminato ovunque da una forma di particolare grazia. “Ogni sera in televisione si parla della crisi e invece bisognerebbe parlare del sacro.” Lo scrittore e poeta ha fame inarrestabile di verità semplici, chiare, verrebbe ormai da dire antiche: di una vita interiore che manca sempre di più in questi giorni cocciutamente diretti nel verso sbagliato. Arminio, per realizzare reportage che sono racconti o versi dissimulati in narrazioni brevi, corre tra i mille cuori della geografia peninsulare, bazzicando territori negletti, desolati, in cui si spalancano all’improvviso bellezze struggenti, in mezzo a gente oppressa da cataclismi e bugie - l’Aquila, l’Emilia dei terremoti -, chiamata a riconquistare insieme alle pareti infrante il dolce peso dei propri ricordi. C’è un socialismo dell’anima in queste pagine, un desiderio di incontro e rinnovo di comunità che spinge alla compassione, alla partecipazione ai guai altrui; un insistere nell’alveo di una familiarità millenaria da rinverdire accogliendola con tutti i sensi, da far vibrare dentro il corpo, rifuggendo il solito pietismo parolaio. Ancorato al suo sud, che diventa meridione nostro e universale, baricentro e garanzia di sostanza, terra e sangue, il poeta rabdomante, fondatore di una scienza concreta e amorosa, battezzata come in un patafisico e concretissimo gioco paesologia, gira per l’Italia attivandosi come un demone buono anche in rete, diffondendo attraverso Facebook il suo lavoro, lanciando messaggi di carnale intimità nell’asettico ambiente dei social network. Rimarca così le tappe dei suoi incontri in centinai di comuni grandi ma soprattutto piccoli o piccolissimi, manciate di case e piazze provinciali: appuntamenti cui fa partecipe una nutrita schiera di fedeli amanti ma prima di tutto complici di un sovversivo progetto umanistico. E’ un’idea di vitalità poetica che eccede ogni margine imposto e invade questo universo di plastica e vuoto pneumatico in cui ci siamo conficcati: un soffio di energia sobillatrice e risolutrice, scomoda e pacifica, utopia in movimento, pensiero minoritario e contagioso, oggi più che mai necessario. “Intrecciare politica e poesia, economia e cultura, scrupolo e utopia.” Ecco la direzione della Geografia commossa, che avverte, indica, eleva: intensa e girovaga, leggera e saettante, facendo pensare qualche volta al nomadismo terrestre e celeste di un Walser o di un Keller, con una gravità però di riflessione aggiunta, da speculatore orfico o saggio ammonitore dei tempi ultimi, originale intreccio che concilia “confliggere e contemplare”, ”ardore e malinconia”, “Pasolini e Walser” appunto, “due cose che non sono mai state insieme”, come suggerisce Arminio stesso, riunite entrambe attorno a focolari di un’Italia ricercata nella sua verità più nuda e forte, tra domestiche mura di donne e uomini colmi di sofferenza e amore, ambienti di vini scuri, nutrienti, latte munto da animali che brucano spargendosi, pura acqua corrente e pane tolto da forni che si direbbero ancora impastati d’argilla. “Non aspettarti niente da nessuno. E se vuoi aspettarti qualcosa, aspettati l’immenso e l’inaudito. E chiedilo, metti in ansia gli indifferenti, metti a disagio i tranquilli, spogliati, metti le costole sul tavolo, butta il cuore nel cestino, lascia che la tua lingua si affacci alla finestra. Qualcuno verrà a baciarla, oppure sarà cibo per gli uccelli.” Brucia davvero, Franco Arminio, e noi con lui, di commozione, mentre leggiamo le sue pagine. 

Franco Arminio