martedì 15 ottobre 2013
venerdì 11 ottobre 2013
ALICE MUNROE - IL PERCORSO DELL'AMORE
La scrittrice canadese, tra i massimi
esponenti del genere narrativo breve, descrive situazioni essenziali, quadri
limitati a piccoli gruppi familiari nel cui ambito emergono anomalie
illuminanti, increspature e ombre rintracciate nella vita passata o presente
dei protagonisti. E’ la storia in apparenza minore a interessare la Munroe , quella che rimane
inconfessata in fondo alla memoria individuale e plasma un carattere. Il
paesaggio è il Canada rurale immerso in una natura forte, fredda, popolata da
spigolosa gente provinciale. La doppia versione del tentato suicidio di una
madre diventa occasione per gettare una sonda nei lontani ricordi della figlia
testimone dell’atto. Un uomo confessa alla ex moglie la morbosa relazione con
la giovane amante e scopre il sipario sulla dipendenza da un lolitismo
raccontato attraverso i patemi di una conversazione telefonica. Una lente di
ingrandimento dilata frammenti di vita caricandoli di senso e dilemmi sospesi.
In uno dei racconti più belli, La catena
di preghiera, la protagonista si interroga attorno alla consistenza di uno
di questi strani frangenti lasciando trasparire segnali sull’intera poetica
della scrittrice. “Una volta fuori, però, nulla è davvero diverso. Che cosa saranno
mai questi momenti estraniati, chiazze ben delineate in seno alla vita; che
cosa c’entrano con tutto il resto? Non si tratta esattamente di promesse.
Respiri dilatati. Tutto qui?” E’ impossibile determinare la reale consistenza di ciò che è passato. A volte sono errori o prospettive illusorie a comportare le conseguenze
più gravi. Come quando la bambina del racconto scelto per il titolo della
raccolta crede morta la madre prossima ad impiccarsi e fugge in cerca di aiuto.
O quando il Colin ancora adolescente di Monsieur
les deux chapeaux è convinto di aver ferito mortalmente il fratello Ross,
un quasi folle al quale, dopo quel lontano episodio, dedicherà una vita di cure
e attenzioni. Anche l’esistenza della protagonista di Miles City, Montana è scossa da un’epifania frutto dell’illusione
allorché crede per qualche attimo annegata la piccola figlia che sta scherzando
in piscina. La madre, nel riflusso dello shock, compie alcuni esercizi di
immaginazione ipotizzando il corso che avrebbe preso la sua vita nel
verificarsi di un caso così tragico. In realtà non è accaduto niente, ma un
rassicurante equilibrio interiore si è rotto e in una quotidianità senza molto
di nuovo ha fatto capolino l’idea della caducità universale. Lo stile che
sostiene questa ricerca tra ordinario metafisico è marcato da un’aggettivazione
parsimoniosa e incisiva. Nudo come lo sono l’ambiente naturale e i ritratti
umani. Capita di imbattersi in salti temporali che spostano l’azione avanti e
indietro nel tempo. I ricordi della vita di provincia, come in La luna nella pista di pattinaggio, pur
nella verifica dell’occhio retrospettivo, sono percorsi da un’ambigua nostalgia.
Alla sofferenza dei tempi che furono si unisce l’orrore per il male consumato
anche allora. L’immaginaria e bucolica tranquillità provinciale svanisce in un
attimo, in un isolato paese invernale, con la scoperta del suicidio di due
pensionati. Raptus, racconto di
dissimulata ferocia, inizia da qui a presentare lo spettacolo delle chiacchiere
e dei pettegolezzi che si rincorrono affamati di scandalo.
Alice Munroe, Premio Nobel per la Letteratura 2013
martedì 27 agosto 2013
TERESA TRIVELLIN A PROPOSITO DI "QUESTA NON E' LA MIA PATRIA"
Un fatto fantastico, tenebroso, un fatto che porta il marchio dell'epoca attuale, dell'epoca nostra.
Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo
Questa non è la mia patria di Vincenzo Maria
Oreggia è una narrazione che fin dalle prime pagine impegna il
lettore a seguire i diversi fili di una trama forte, costellata di sfasature
temporali che l'autore compone in un sapiente montaggio di presente e passato
attraversato da descrizioni di ambienti e situazioni lessicalmente ricercate,
cesellate, a tratti finemente poetiche. Una narrazione ritmata,
cinematografica, nell'ultima parte del romanzo incalzante, attraversata da
attente analisi e riflessioni sulla nostra società presente e
sull'attualissimo tema dei diritti di cittadinanza, accoglienza e integrazione.
"Ogni cosa ha raggiunto il suo posto nel
silenzio dell'alba. Macigni rugosi addossati alla parete esterna dell'argine,
il bacino del porto come una tavola lucida da cui emergono bolle di ossigeno di
animali marini, ombre e riflessi argentei di squame sul fondo limaccioso."
(p.72). Si
sta per concludere la prima parte del romanzo e Juan José Nevarez,
"Nevio" per "una di
quelle negligenze fatali che aprono il corso a un intero destino" (p.131), 27 anni, diventa suo
malgrado un "immigrato costretto ad arrangiarsi muovendosi negli
interstizi abusivi, tra le maglie sfilacciate di regolamenti contraddittori, in
attesa di documenti che nessuno gli può garantire" (p.81). Ha già
intrapreso il viaggio fatale della sua vita nel viaggio avventuroso che è di
per sé la vita stessa e che lo ha portato dall'Ecuador, "la colonia più
povera del carrozzone statunitense" (p.115) (come dice Ascanio, il
fratello) in Italia. Un Ecuador del Terzo Mondo, nell'accezione fallimentare
del termine, nel 1999 economicamente al tracollo, "dollarizzato",
schiacciato dalla povertà e dalle pressioni consumistiche che non risparmiano -
anzi vi hanno gioco facile - neppure i disperati delle favelas che nella
baracca fatiscente trovano comunque un posto a televisori e tecnologia ormai
obsoleti nel nord ricco del mondo.
In Italia vive da anni la madre Elvira,
badante e succube amante di un peruviano perverso e violento; il padre Alfonso,
mite "insegnante soccorrevole e tenace nella pratica dei suoi sani
principi" (p.120) è rimasto a
Quito. Nevio vorrebbe vivere regolarmente in Italia, ha studiato, potrebbe
essere "mediatore culturale e interprete multilingue". Nel frattempo
fa il volontario sociale per i connazionali, il badante, le pulizie.
Anticamere, promesse, parolai. Niente. Resta un clandestino, i pochi soldi
finiscono e "si rifugia nell'immobilità di un'attesa priva di
prospettive"... quando arriva Ahmed, un marocchino ricco che, come "un
brano fiabesco nel vangelo dei poveri" (p.31), gli propone un "viaggio" a Milano. In quella
stessa "attesa priva di prospettive" gli si affacciano dalla
cronaca, a soccorrerlo, temporaneamente catartici ma non salvifici, come in una
trasognata, zavattiniana visione fanciullesca, Lachemere e Sancha, due elefanti
sequestrati ad un circo perché privi di documenti regolari di ingresso in
Italia: "una preistorica immensità costretta in rivoli di carte
bollate" (p.56).
Durante il viaggio per Milano, Lachemere e Sancha gli sono accanto al sedile, in un ritaglio di giornale. Sono per lui "una quiete al centro del vortice degli spettacoli umani" (p.55) che, tragico picaro precipitato inesorabilmente in un "abisso orrido e immenso" di abiezione, ha visto intorno a sé, diventandone attore. Lavoro nero, spacciatori, prostitute, caronteschi barconi straripanti di umanità allo stremo, ingannata da "magnifiche sorti e progressive" inesistenti. Nevio arriva ad immaginare se stesso come quei disperati di un incomprensibile "navigare necesse est" "nello scafo che slitta veloce sulla tavola nera del mare... scodellato su una spiaggia notturna"... fino all'inatteso e sorprendente, terribile epilogo di quella "preghiera solitaria verso il cielo di Milano" che non ha nulla di liberatorio e religioso.
Durante il viaggio per Milano, Lachemere e Sancha gli sono accanto al sedile, in un ritaglio di giornale. Sono per lui "una quiete al centro del vortice degli spettacoli umani" (p.55) che, tragico picaro precipitato inesorabilmente in un "abisso orrido e immenso" di abiezione, ha visto intorno a sé, diventandone attore. Lavoro nero, spacciatori, prostitute, caronteschi barconi straripanti di umanità allo stremo, ingannata da "magnifiche sorti e progressive" inesistenti. Nevio arriva ad immaginare se stesso come quei disperati di un incomprensibile "navigare necesse est" "nello scafo che slitta veloce sulla tavola nera del mare... scodellato su una spiaggia notturna"... fino all'inatteso e sorprendente, terribile epilogo di quella "preghiera solitaria verso il cielo di Milano" che non ha nulla di liberatorio e religioso.
domenica 25 agosto 2013
COSI' LISI E' DIVENTATA LA PROTAGONISTA DEL MIO LIBRO - UN ARTICOLO PER IL BLOG LA CITTA' NUOVA DEL CORRIERE DELLA SERA
sabato 13 luglio 2013
TIMUR VERMES - LUI E' TORNATO
Adolf Hitler non è mai
morto suicida nel suo bunker. Si è soltanto addormentato, per più di mezzo
secolo, e si risveglia in un tranquillo pomeriggio del 30 agosto 2011, a
Berlino. Questa la premessa di un romanzo che ha saputo sfruttare fino alle estreme conseguenze il paradosso della vita postuma del
Terzo Reich. L’ironia e le battute esilaranti abbondano nel corso di una
narrazione che si distingue per prosa limpida e dialoghi nutriti di doppi sensi,
in cui le persone che circondano il vecchio e nuovo Führer mostrano un atteggiamento
di scherno insieme a un velato sentimento di rispetto. La delirante
cocciutaggine del signor Hitler alle prese con un paese percepito come
stravolto e decaduto ne fa un buffone che tuttavia riesce a conquistarsi
un’istintiva simpatia e un certo seguito, quasi che il suo autoritarismo, benché
stralunato e delirante, custodisca in sé un potere magnetico, un misterioso
fluido che ne rende la follia appetibile. Comici e giullari, sembra ammonire questa
parabola surreale costellata di riferimenti alla contemporaneità, sfuggiti dai
palcoscenici ed entrati con dispotica veemenza nella storia, non sono innocui
come si potrebbe credere, e proprio il giocare sul crinale dell’ambiguità tra
serio e faceto, grasse barzellette e invettive puntuali, li rende temibili
strumenti di un potere occulto, che indora il piatto preferito per meglio
sedurre la platea. Non si tratta di allargare la censura nei territori della
satira, ma di distinguere ambiti e non lasciare che sotto la campana della
libertà di pensiero si disinneschi il pericoloso arbitrio, mai inoffensivo, del
volgare. Che la forma non sia sostanza è uno dei più disastrosi equivoci della
vita sociale, la premessa alla sparizione di ogni ruolo meritato in un’arena
dominata da pagliacceschi tribuni della plebe. Questo Hitler che passeggia per
Berlino in tenuta militare, senza casa e documenti, rivendicando ad ogni
occasione le sue prerogative e la sua vera identità è il mostruoso giullare di
un circo che somigliare alla realtà. L’isterico Adolf finisce per diventare la
star di un programma comico televisivo, e dopo le prime battagliere
intolleranze dei media antagonisti e degli scandalizzati rappresentanti di
istituzioni democratiche, viene accettato come un fenomeno che grazie a una
caricatura tanto perfetta protegge la società dalle orrende derive che lui
stesso incarna. Un’ambiguità, certo, che Timur Vermes lascia aperta, senza
delineare una vera e propria fine della storia del Führer redivivo ma
fermandosi al punto in cui il comico di perfetta scuola Stanislavskij viene corteggiato
da un vasto gruppo di editori e movimenti politici, ghiotti della sua crescente
popolarità. Lui è tornato è un
romanzo spassoso e intelligente che racconta, in fondo, come la mediocrità
doverosamente caricata di lustrini ed echeggiata dai suoi troppi media possa
ridurci a servi imbambolati di malefiche illusioni.
Timur Vermes
giovedì 4 luglio 2013
FRANCESCA CAMINOLI - C'ERANO ANCHE I CANI
Parole
schiette, che mirano al concreto del racconto; frasi brevi, limpide, e dialoghi
smussati a comporre una prosa dall’equilibrio classico, che ricorda una volta
di più come l’originalità e la forza rappresentativa non abbiano a che fare con
l’innovazione ricercata o i rovelli della moda letteraria. E a ciò si aggiunga tutta
la peculiare sensibilità femminile, che si sente in quella delicatezza
temperata da un carattere deciso ma diffusa ovunque, a completare il quadro
della scrittrice alla sua quinta opera narrativa. Si tratta qui di sei racconti,
pubblicati come tutti i suoi libri dalla Jaca Book, in cui Francesca Caminoli
torna agli anni Settanta di un’adolescenza e una gioventù universitaria
accompagnate dalle poetiche figure di sei cani, Divo, Baldo, Paco, Ciclone,
Grigia, Bella e Pongo, che brillano per simpatia e imprevedibile vivacità,
disinnescando a volte i momenti risolutivi dell’azione. Erano anni di
rivoluzione dei costumi, passioni ideologiche e infervorate battaglie sociali,
che fanno da costante sottofondo alla trama quando i protagonisti sono bambini
e bambine che architettano le loro innocue monellerie durante le vacanze in
campagna o in quella Milano dove l’autrice ha trascorso da giornalista molti
anni, ma che diventano l’assoluto primo piano, specie nei racconti finali della
raccolta, quando i bambini sono ormai cresciuti e si ritrovano impegnati nelle
manifestazioni studentesche e negli scontri di piazza. Confluiti come per un passaggio
naturale nei grandi movimenti che aspirano a una giustizia rivoluzionaria, i giovanissimi emulatori degli hippies si trasformano in compagni di
lotta, tra le cui fila non mancano i figli capricciosi della borghesia più
agiata. Tutto un mondo,
insomma, dall’impegno sacrosanto e dalle reali motivazioni molto più incerte,
raccontato con nessuna enfasi, da un punto discreto, veridico, in compagnia
degli amabili onesti a quattro zampe, che sanno, almeno loro, essere quello che
mostrano e impongono una concretezza umile anche alla più bellicosa specie di
idealista. Contribuisce al fascino e alla singolarità di questi sei racconti
leggeri ma non troppo la prospettiva in apparenza marginale da cui vengono
osservati i convulsi fatti della storia: angoli e spezzoni di vita quotidiana
di una ventenne praticante giornalista - quella Maria dall’evidente sostanza
autobiografica -, che pur ben salda nei suoi principi conduce una vita
tutt’altro che fanatica e si ritrova spettatrice in pieno campo del fanatismo altrui
e della spropositata, sanguinaria repressione. Il racconto forse più rappresentativo
e complesso, Bella e i morti di aprile,
illumina i fatti milanesi occorsi in quel tragico mese del 1975, quando le
opposizioni dei diversi fronti tracimarono nelle morti del ventottenne
Giannino Zibecchi, travolto in Corso XXII marzo da un camion dei carabinieri, e
del diciassettenne Claudio Varalli, ucciso dalla pistola di un militante di
Avanguardia Nazionale in piazza Cavour. Maria, testimone oculare del giovane
corpo dilaniato di Zibecchi, torna nel suo appartamentino e continua a piangere
ballando sulle note di Marvin Gaye, presto raggiunta dalla dolcissima meticcia
Bella e dal suo padrone Antonio, che inizia, furtivamente, insieme a certi suoi
compagni, a parlare d’armi e di obiettivi da colpire. Lei, la ragazza/autrice,
non esiterà a cacciarlo e a tenersi in cambio quell’irresistibile ammasso
ispido di pelo beige che sarebbe divenuta per tre anni la sua fedele compagna.
Francesca Caminoli
giovedì 6 giugno 2013
PHILIP ROTH - I FATTI
Dopo
quella lettera scritta da Philip Roth al suo più celebre eteronimo romanzesco,
Nathan Zuckerman, posta in apertura a I Fatti,
si sarebbe tentati di credere fedele l’autobiografia che segue. Al termine di
una prima lunga fase creativa che lo conduce alla piena affermazione letteraria,
lo scrittore ebreo americano, afflitto da un esaurimento nervoso, si dichiara
stanco dell’intreccio di realtà e immaginazione all’origine di tutte le sue
opere, affermando, in un tentativo di ricapitolazione forse terapeutica, di
voler tornare e limitarsi alla fonte primaria dell’ispirazione: la vita quale
essa è: the facts, appunto. Tra
questi, in primo luogo, un’infanzia rievocata per ambienti e figure esemplari, con
le immagini di uno sthetl, il
villaggio est-europeo della diaspora ebraica, ricreato in sintesi a Weequahic,
il quartiere della cittadina di Newark in cui Philip Roth nacque nel 1933. Il
riparo familiare è incarnato da un padre modesto e laborioso, la cui carriera è
condizionata dall’appartenenza etnica prima ancora che dal livello di
istruzione, e da una madre esemplarmente premurosa, accanto ai quali ruotano
tutta una serie di figure mitiche tra cui l’idiota Leroy o il sarto Shapiro. Oltre
la siepe domestica si muove il mondo allettante e minaccioso dei gentili, dove
il giovane ebreo assiste a cruenti episodi di antisemitico che non riescono
comunque a compromettere la ferma volontà di costruirsi una vita nell’alveo di
quell’unica nazione democratica cui si sente legato “indipendentemente
dall’ingiusto pregiudizio dei cosiddetti migliori e dal violento odio di alcuni
dei peggiori”. L’eterno rovello ebraico, tra aneliti a un’impossibile
appartenenza all’altro da sé, rifugi nell’identità tradizionale e totale
disincanto - da cui un’ironia dissacratoria unita a soccorrevoli sensi di colpa
- segna anche il cammino sentimentale di Roth, sconclusionata gincana tra
universi femminili molto differenti. Le passioni dello scrittore spaziano dalla
classica figlia emancipata della buona borghesia di matrice anglosassone alla
tormentata vittima di un padre alcolista, Josie, che lo trascina in una spirale
di intollerabili molestie e inspiegabile remissività, fino all’accettazione di
un matrimonio le cui devastanti conseguenze hanno fine solo con la morte della
donna in un incidente stradale; e la vita di Josie, reinventata nella parziale
finzione romanzesca, fornirà ampio materiale alla stesura di Quando Lucy era buona. Ma è proprio al
cuore di questo processo di trasfusione della vita nell’opera e soprattutto alla
pretesa di tracciare un discrimine rasserenante tra le due che Roth stocca il
colpo finale: un colpo inferto da sé contro sé stesso, svelando le ipocrisie
intrinseche alla pretesa di oggettività. A prendere parola, nella lettera
conclusiva, che suona come un controcanto, è Nathan Zuckerman, destinatario
della missiva iniziale nonché alter ego dell’autore in un intero ciclo di
romanzi, che accusa l’indulgenza con cui il suo padre letterario tratta quella
che ci viene ipocritamente comminata come l’autentica versione delle cose.
L’unica, complessa verità possibile, ammonisce Zuckerman, sono io, quell’invenzione
in cui la dose di vissuto non può essere determinata in base al criterio di una
risibile fedeltà. Il campione positivo o la vittima modello in cui si trasforma
il Roth autobiografico sono perspicaci favole, e anche la cattiva moglie Josie
è oggetto di riesame sotto una lente capace di variare prospettive e punti di
vista. “Nella fiction puoi essere molto più
sincero senza doverti continuamente preoccupare di fare del male a qualcuno”
tuona l’inquieto eroe dei grandi romanzi. “Il
tuo compito è sempre stato quello di intrecciare i fatti con l’immaginazione, ma qui tu non li intrecci, li separi,
togli la pelle alla tua immaginazione, disimmagini il lavoro di una vita.” E il gioco degli specchi,
dentro e fuori la creazione letteraria, ancora una volta non ha fine.
Philip Roth in un'immagine giovanile
la recensione pubblicata su Il Cittadino :
http://www.ilcittadino.it/p/notizie/speciale/2013/06/06/ABc1J8cC-giochi_ultimo_specchi_finzione.html
la recensione pubblicata su Il Cittadino :
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